Valeria Bruni Tedeschi: "Sentivo il bisogno di raccontare la mia visione della vita" Le sue dichiarazioni a Taobuk 2026

Valeria Bruni Tedeschi: Sentivo il bisogno di raccontare la mia visione della vita Le sue dichiarazioni a Taobuk 2026

"Stiamo cercando un po' di felicità. [...] Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nei bicchieri di cristallo, nelle persone gentili... ecco dove si trova!": sono queste le parole che Paolo Virzì fa pronunciare a Valeria Bruni Tedeschi ne La pazza gioia, durante la rocambolesca fuga delle due protagoniste, Beatrice Morandini Valdirana e Donatella Morelli, interpretata da Micaela Ramazzotti.

Camminando per i vicoli di Taormina, forse comprendiamo meglio questa idea di felicità. Proprio come il filo di Arianna, una scia arancione si dirama tra i tetti e le facciate del borgo, invitando a riscoprire la cultura e l'arte in tutte le loro forme. Sabato 20 giugno, a Palazzo Corvaja, si è svolto uno degli appuntamenti più attesi della terza giornata del Taobuk, il festival del libro di Taormina ideato da Antonella Ferrara: Cinema, memoria e libertà. Il noto critico cinematografico e giornalista Paolo Mereghetti ha accompagnato l'attrice e regista Valeria Bruni Tedeschi in un viaggio lungo la linea del tempo, ripercorrendo le tappe della sua carriera e offrendo anche alcune anticipazioni sui progetti futuri.

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Carla Mascianà

Come nasce l'incontro tra Valeria Bruni Tedeschi e il cinema

L'incipit di questa storia non riguarda affatto il cinema. "Il mio primo amore è stato la letteratura, più precisamente la poesia. Poi, dopo, è arrivata la danza" ha raccontato l'attrice. Successivamente è arrivato il teatro, una sorta di punto d'incontro tra queste due passioni. A questo punto Mereghetti non ha potuto fare a meno di chiederle perché oggi la si veda così raramente sul palcoscenico. "Ho bisogno del teatro, però per me è più difficile perché è più pericoloso, religioso. Accetto progetti solo quando c'è qualcuno che li rende irresistibili".

Il cinema è arrivato soltanto in un secondo momento. Come noto, Bruni Tedeschi si è trasferita a Parigi con la famiglia all'età di nove anni e ha debuttato sul grande schermo nel 1987 con Hôtel de France, diretto da Patrice Chéreau. Tra i momenti chiave della sua carriera cinematografica, l'attrice ha ricordato l'incontro con Mimmo Calopresti, nato nel 1995 sul set de La seconda volta, ma anche il ruolo in Le persone normali non hanno niente di eccezionale di Laurence Ferreira Barbosa, che nel 1993 le è valso il Premio César come migliore promessa femminile. È vero, la Francia l'ha amata e continua ad amarla, ma Paolo Mereghetti ha sottolineato come anche l'Italia sia stata particolarmente generosa nei suoi confronti. Valeria Bruni Tedeschi ha infatti conquistato quattro David di Donatello come migliore attrice protagonista per La seconda volta (1996), La parola amore esiste (1998), Il capitale umano (2014) e La pazza gioia (2017), oltre al David di Donatello come migliore attrice non protagonista per L'arte della gioia (2025).

L'esordio alla regia di Valeria Bruni Tedeschi tra autobiografia e psicanalisi

Un punto di svolta fondamentale è stato il film La parola amore esiste, in cui interpreta un personaggio complesso, "in un certo senso vittima delle proprie passioni e degli psicanalisti, però forse anche salvata dall'amore". Proprio il tema della psicanalisi ha accompagnato spesso il suo percorso artistico, diventando particolarmente evidente nel suo esordio alla regia del 2003 con È più facile per un cammello..., opera in parte autobiografica nella quale recita anche la madre, presenza ricorrente in quasi tutti i suoi film. Mereghetti ha sottolineato la costante presenza di rimandi alla vita personale dell'autrice. Basti pensare a Actrices, secondo film da regista, che segue le vicende di un'attrice esplorando il confine tra realtà e finzione. Anche il racconto della formazione teatrale ritorna nel più recente Forever Young. A questi titoli si aggiunge Un castello in Italia, forse l'opera più dolorosamente autobiografica. Tuttavia, come ha osservato il critico, i riferimenti al vissuto personale si inseriscono sempre con equilibrio e misura: mai in modo compiaciuto o eccessivamente melodrammatico, ma piuttosto attraverso uno sguardo autoironico.

Il rapporto con la terapia e il lavoro dell'attore

Alla domanda "Perché hai iniziato a fare la regista?", Valeria Bruni Tedeschi ha risposto: "Sentivo il bisogno di raccontare la mia visione della vita. Avevo voglia di dire le mie parole, di cantare le mie canzoni". Con grande sincerità, ha poi aggiunto: "Mi dispiace se ho fatto del male, se ho ferito qualcuno". Tornando al tema della psicanalisi, Mereghetti le ha chiesto quanto sia importante per un attore o un'attrice intraprendere un percorso terapeutico. La regista ha spiegato di non considerarlo indispensabile, pur riconoscendone il valore: "Penso che per un attore il fatto di avere un posto dove andare a riflettere sulla vita possa fare bene. È riposante avere un luogo e un interlocutore personale. Io lo consiglierei, ma non ho lezioni da dare".

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