
Come cambiano le relazioni quando smettiamo di fare solo small talk Fare le domande giuste è tutto
Mi capita spesso di chiedermi se posso considerarmi una buona amica. Ascolto abbastanza? Riesco a far capire alle persone che ci sono, se hanno bisogno di me? Sono invadente o, al contrario, troppo discreta? Non esiste un termometro in grado di misurare il valore di un’amicizia. Esistono però piccoli accorgimenti che possono aiutarci a sentirci più vicini agli altri, senza stravolgere la nostra vita. Uno di questi, forse un po’ sottovalutato, riguarda il modo in cui poniamo le domande. Non tanto la frequenza con cui ci facciamo sentire, ma il tipo di conversazione che instauriamo quando lo facciamo. Come spiega la terapeuta statunitense Kati Morton al Time, è importante spostare le conversazioni "dagli aggiornamenti alla connessione". In altre parole passare da scambi superficiali - paragonabili, in senso metaforico, al cibo spazzatura o alle caramelle - a qualcosa di più profondo, più appagante per il cervello e il sistema nervoso
Quali domande fare nelle relazioni
Quali domande fare, quindi? Chiariamo subito che non è necessario entrare a gamba tesa su questioni molto intime o delicate, si può andare per gradi. Ad esempio, spiega Morton, approfondendo qualcosa che l’altra persona ha già condiviso. Se un amico si lamenta del lavoro, si può chiedere cosa lo abbia spinto a sceglierlo. Basta poco per spostare la conversazione dalla superficie a qualcosa di più significativo. Allo stesso modo, invece di un generico "come stai?", si può provare a chiedere cosa, di recente, lo abbia reso particolarmente felice o triste. Sulle prime, probabilmente, il nostro interlocutore potrebbe stranirsi. La verità è che non siamo molto abituati a ricevere domande così mirate, che richiedono una risposta più strutturata. Ma proprio per questo, nel tempo, possono aiutarci ad aprirci e a sentirci più connessi. Più vulnerabili, forse, ma anche più liberi di essere davvero noi stessi.
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I benefici delle conversazioni profonde
I benefici legati ad una connessione profonda, del resto, sono concreti. Come riporta il Time, uno studio condotto su un campione di persone ha rilevato che quelle più felici avevano il doppio delle conversazioni profonde rispetto a quelle meno felici. Porre domande di questo tipo stimola una condivisione graduale e reciproca, costruendo fiducia e intimità emotiva nel tempo. Un livello di vicinanza che difficilmente si potrà raggiungere se ci si limita a chiacchiere superficiali. E c’è un effetto collaterale interessante: cercare di capire davvero l’altro finisce inevitabilmente per migliorare anche il nostro rapporto con noi stessi. Conosci l’altro per conoscere te stesso, dicono. Non potrebbe essere più vero. Essere aperti alle emozioni altrui ci allena a riconoscere e gestire anche le nostre, incluse quelle più scomode.
La curiosità nelle relazioni oggi
Ed è proprio questa apertura verso l’altro che sembra mancare, oggi più che mai. Non solo per una diffusa carenza di empatia, ma anche per qualcosa di più semplice: la curiosità. Sempre più spesso smettiamo di fare domande - o di ascoltare davvero le risposte - restando chiusi in una dimensione autoreferenziale che privilegia l’individualità a scapito della connessione. Coltivare interesse per ciò che gli altri hanno da raccontare - che sia una passione insolita, un ricordo o un dettaglio apparentemente banale - è già un modo per costruire un legame. Significa restare aperti, disponibili a imparare qualcosa di nuovo, anche quando mette in discussione il nostro punto di vista. Andare a fondo, quando ne vale la pena, senza fermarsi alla superficie. Alla fine, è tutta una questione di intenzione. Ed è una piccola cosa che può fare davvero la differenza.





















































