
Quando abbiamo smesso di essere sexy? In un mare di corpi magri, allenati e sani abbiamo perso di vista il desiderio
Guardandosi intorno, verrebbe da pensare che non potremmo essere più belli di così. Corpi magri e allenati. Visi scolpiti e levigati da una medicina estetica che ha fatto passi da giganti. Prodotti make-up e skincare sempre più performanti. Possiamo fare di più per ottenere la versione migliore di noi stessi? Probabilmente no, ma proprio in questa tensione perenne verso la perfezione abbiamo perso di vista un dettaglio essenziale: possiamo essere bellissimi, ma abbiamo smesso di essere desiderabili (e forse anche desideranti).
Dagli anni Novanta a oggi: la neutralizzazione del desiderio
È difficile dire con precisione quando sia successo. Era l’altro ieri quando, negli anni Novanta, Sharon Stone accavallava le gambe in Basic Instinct e Kate Moss sfilava per Gucci nell’era di Tom Ford. Oggi, trent’anni dopo, quella stessa concentrazione di sex appeal sembra essere svanita. Puff. Eppure sui red carpet, in passerella o al cinema non mancano corpi tonici, abiti aderenti e scollature profonde. I codici della sensualità sono tutti lì, perfettamente riconoscibili. Ma una differenza c’è: è come se il desiderio si fosse progressivamente dissolto. Il sex appeal è diventato performativo, esibito; e ha finito per svanire. Forse, nel tentativo di perfezionare il corpo, abbiamo neutralizzato ciò che lo rendeva desiderabile.
@secondhelpings_vintage Emily Ratajkowski and Kate Moss star in Gucci’s bag campaign showcasing the new Giglio and Borsetto bag silhouettes. Senna has been heavy on the Tom Ford Gucci references in his newest collection #gucci #tomford #katemoss #runway #fashiontiktok original sound - clara
Everyone is beautiful and no one is horny
Questa trasformazione non è passata inosservata. Già nel 2021, l’essay Everyone is Beautiful and No One is Horny provava a mettere a fuoco questo slittamento: corpi sempre più perfetti, desiderio sempre più assente. Non perché il sesso sia scomparso, ma perché l’erotismo - quello fatto di ambiguità, rischio, imperfezione - è stato progressivamente neutralizzato. Oggi il corpo è diventato un progetto: qualcosa da ottimizzare, migliorare, disciplinare. Non più il luogo in cui il desiderio accade, ma un insieme di elementi da perfezionare e poi mantenere. Un corpo performante, più che esperienziale. E come ogni cosa che diventa performativa, anche la sexiness ha iniziato a somigliare sempre più a una copia di se stessa.
Gucci by Demna: una citazione del sex appeal
Un esempio recente? La nuova direzione di Gucci sotto Demna Gvasalia, che ha debuttato in occasione dell’ultima Milano Fashion Week. Il richiamo all’immaginario erotico costruito da Tom Ford negli anni Novanta è evidente - stessi codici: corpi scoperti, silhouette aderenti, una sensualità dichiarata, quasi aggressiva - eppure la sensazione è che ad apparire in passerella non sia stato il sex appeal, ma una sua citazione. Laddove l’estetica è impeccabile, a mancare del tutto è la tensione. Lo spiega bene Mandy Lee, fashion analyst, in un reel di commento che fa riferimento sia alla sfilata che al red carpet degli Oscar: "Oggi tutti si sforzano di sembrare sexy, ma c’è una vacuità negli occhi che è inquietante. Puoi indossare un abito attillato o mostrare un sacco di pelle, ma non penso che la sexiness nel 2026 risieda in nessuna di queste cose".
@oldloserinbrooklyn As culture shifts not everything can be tom ford era Gucci. Demna’s runway debut for Gucci fw26 was a mixed bag of virality, fame, personality walks and world building. #gucci #guccifw26 #demna #milanfashionweek #greenscreen original sound - Mandy Lee
Kim Kardashian, l’Ozempic e i corpi senza appetito
L’incarnazione perfetta di questo paradosso - mostrarsi sexy e non esserlo affatto - è rappresentata da Kim Kardashian e dall’intero ecosistema Kardashian-Jenner. Forse per prima l’influencer e imprenditrice statunitense ha promosso un’estetica che ha ridefinito i codici della sensualità (o della sua imitazione), rendendola immediatamente riconoscibile e quindi replicabile. Curve enfatizzate, pose iper-consapevoli, sguardi sempre calibrati: tutto è esplicito e sotto controllo. In questa dimensione posticcia non c’è spazio per l’ambiguità né per l’imprevisto, ma con essi svanisce anche tutta la tensione. Il corpo esiste soltanto per essere guardato; non per desiderare, né per essere desiderato. Una metamorfosi che viaggia di pari passo con la diffusione - negli Stati Uniti prima, in tutto il mondo poi - dei farmaci antagonisti dell’ormone GLP-1 (l’Ozempic, per antonomasia), che hanno contribuito a ridefinire l’ideale corporeo in direzione di una magrezza sempre più estrema e disciplinata. A cambiare, però, non è solo la forma, ma l’energia che quei corpi trasmettono: meno eccesso, meno caos e meno appetito, in tutti i sensi. Sono corpi che sembrano non avere più fame, né di cibo né di esperienze, e che proprio per questo faticano a generare desiderio.
Poco per cui entusiasmarsi
A tutto questo si aggiunge un altro elemento, non secondario: viviamo in un’epoca in cui c’è ben poco per cui entusiasmarsi. Quella vacuità nello sguardo di cui parla Mandy Lee, al di là dell’Ozempic o della performance a tutti i costi, potrebbe essere anche riconducibile al mondo in cui viviamo, lontano da quegli anni Novanta in cui tutto sembrava ancora possibile. Un mondo in cui più di un miliardo di persone - in Europa una su sei - soffre di disturbi psichici, con prevalenza di ansia e depressione. Un mondo in cui vengono minacciati diritti che davamo ormai per acquisiti, in cui donne e minoranze non si sentono ancora al sicuro, in cui la libertà viene confusa con l’assenza totale di responsabilità. Siamo una generazione più consapevole, più attenta, più protetta, ma anche più stanca, più controllata, più preoccupata. E il desiderio, per esistere, ha bisogno esattamente del contrario. Saremo in grado di riappropriarcene? O finiremo semplicemente per non desiderare più nulla, e per non essere più desiderati?



















































