Il mondo della moda è ancora quello del primo Diavolo veste Prada? Speriamo di no

Il ritorno di Il Diavolo veste Prada con un attesissimo sequel è uno specchio di quanto (e come) sia cambiato il mondo della moda negli ultimi vent’anni e dal set del nuovo capitolo emerge una questione che pensavamo di aver archiviato: quella dei corpi estremamente magri come standard dominante. A riportarla al centro è stata proprio Meryl Streep, che nel sequel torna nei panni dell’iconica Miranda Priestly. L’attrice ha raccontato di essere rimasta sorpresa nel vedere modelle "bellissime, ma allarmantemente magre", una definizione che pesa proprio perché arriva da chi ha osservato, e interpretato, l’evoluzione del sistema moda dall’interno, almeno sul piano narrativo. Nonostante anni di discorsi su inclusività e body positivity, certi modelli estetici continuano a riaffiorare.

Il Diavolo veste Prada oggi, un approccio più sani ai corpi

Ma la parte più interessante della vicenda non è tanto lo sguardo critico di Streep, quanto la reazione immediata di Anne Hathaway. L’attrice, oggi molto più consapevole rispetto ai tempi del primo film, non si è limitata a notare il problema: ha agito. Si è rivolta direttamente alla produzione, chiedendo garanzie sul fatto che le modelle coinvolte nel film non incarnassero un ideale corporeo estremo. Una presa di posizione che ha portato a una modifica reale nelle scelte di casting e rappresentazione. Questo episodio dice molto più di quanto sembri, in quanto si tratta di una questione culturale e politica. Il cinema, soprattutto quando racconta mondi aspirazionali come quello della moda, contribuisce a costruire immaginari collettivi e quegli immaginari hanno conseguenze. Ignorarlo sarebbe ingenuo.

Non siamo più nei Y2K

Negli ultimi anni, l’industria fashion ha fatto passi avanti importanti. Brand e passerelle hanno iniziato, almeno in parte, a includere corpi diversi, a raccontare storie meno omologate, a dare spazio a identità prima marginalizzate. Tuttavia, questi progressi convivono ancora con una realtà più ambigua, dove la pressione verso un ideale di magrezza estrema non è mai davvero scomparsa, ma si è semplicemente trasformata, a volte diventando meno esplicita ma non meno presente.

Il fatto che una produzione hollywoodiana si trovi oggi a dover affrontare questa tensione è emblematico in quanto significa che il cambiamento non è lineare, né definitivo e soprattutto, che non basta parlarne: serve qualcuno disposto a intervenire nel momento in cui certi meccanismi si ripresentano. In questo senso, l’atteggiamento di Hathaway segna un passaggio interessante: da spettatrice (e in parte vittima) di un sistema a figura attiva capace di influenzarlo.

La magrezza nella moda e nel cinema

C’è anche un altro elemento da considerare. Quando uscì il primo Il Diavolo veste Prada, nel 2006, il dibattito sui corpi era molto meno sviluppato rispetto a oggi e il film stesso, pur con toni ironici e critici, contribuiva a normalizzare un certo tipo di estetica dominante. Oggi, invece, un sequel non può permettersi di essere neutrale in quanto il pubblico è più attento e soprattutto più consapevole. Riproporre gli stessi codici senza metterli in discussione sarebbe poco credibile. Ecco perché questo episodio, apparentemente marginale, diventa significativo. Non riguarda solo alcune modelle su un set, ma il modo in cui una nuova generazione di attrici e, più in generale, di professioniste decide di stare dentro l’industria. Con meno passività e più responsabilità.