Il CIO esclude le atlete transgender: la decisione è ideologica e propagandistica Percezione pubblica vs realtà numerica

La decisione del Comitato Olimpico Internazionale di escludere le donne transgender e molte atlete con DSD dalle competizioni femminili a partire dalle Olimpiadi di Los Angeles 2028 segna uno spartiacque nel modo in cui lo sport globale affronta il tema dell’identità di genere. Ufficialmente, questo atto discriminatorio viene giustificato una scelta "basata sulla scienza", pensata per tutelare equità e sicurezza. Ma fermarsi a questa lettura significa ignorare il contesto politico e culturale in cui questa decisione nasce.

Numero di atlete coinvolte: dati e contesto

Perché il primo dato, spesso rimosso dal dibattito pubblico, è estremamente semplice: il numero di atlete coinvolte è minuscolo. Parliamo di una presenza marginale nello sport d’élite, che raramente incide sui risultati complessivi o sugli equilibri competitivi globali, eppure, negli ultimi anni, questo è stato trasformato in uno dei temi più divisivi e amplificati dell’intero panorama sportivo.

Il commento di Asia Cione

Asia Cione, vicepresidente di Associazione Libellula APS, realtà attiva dal 1997 nella tutela e nella promozione dei diritti delle persone transgender e non binarie, italiane e straniere, accompagnandole nei percorsi di affermazione e impegnata nel contrasto alla violenza di genere e alla tratta di esseri umani, commenta così l’accaduto: "La decisione del Comitato Olimpico Internazionale di escludere le donne transgender e molte atlete con variazioni delle caratteristiche sessuali (DSD) dalle competizioni femminili a partire dalle Olimpiadi di Los Angeles 2028 rappresenta un passo indietro grave sul piano dei diritti, dell’inclusione e del riconoscimento delle soggettività. Lo sport dovrebbe essere uno spazio di partecipazione, equità e autodeterminazione, non un terreno di esclusione basato su criteri che rischiano di rafforzare stigma e discriminazione. Questa decisione colpisce in modo particolare le persone già esposte a marginalizzazione, alimentando narrazioni che mettono in discussione la legittimità stessa delle loro identità. Chiediamo con forza che le istituzioni sportive internazionali aprano un confronto serio, basato su evidenze scientifiche aggiornate, diritti umani e ascolto delle persone direttamente coinvolte, per costruire modelli realmente inclusivi e rispettosi della complessità dei corpi e delle esperienze".

Il peso del clima politico negli Stati Uniti in una decisione ideologica 

È qui che emerge la natura profondamente ideologica della questione. Lo sport femminile diventa il terreno su cui si proiettano paure e battaglie politiche più ampie. Il riferimento inevitabile è agli Stati Uniti, dove il tema delle persone transgender nello sport è ormai da anni al centro di campagne elettorali e scontri mediatici. In questo contesto, la figura dell’atleta transgender è stata progressivamente trasformata in un simbolo politico: non più una persona con una traiettoria individuale, ma un caso utile a mobilitare consenso. La scelta del CIO non può essere separata da questo scenario. Le Olimpiadi di Los Angeles saranno uno degli eventi globali più esposti mediaticamente del prossimo decennio. Arrivarci con una posizione netta e già definita su una questione così controversa significa, di fatto, disinnescare un potenziale fronte di crisi comunicativa. È una mossa preventiva e come tutte le mosse preventive, ha una funzione più politica che sportiva.

La narrazione della "scienza"

C’è poi un secondo livello, più sottile, ed è quello della narrazione della "scienza". Il CIO insiste sul fatto che la decisione sia guidata da evidenze scientifiche, citando differenze di performance legate alla pubertà maschile. Ma la scienza, su questi temi, non è un blocco monolitico. Esistono studi e margini di incertezza. Scegliere quali dati valorizzare e come tradurli in regole è sempre una decisione che intreccia politica e valori. Presentarla come inevitabile serve a rafforzare la legittimità, ma rischia di semplificare un dibattito molto più complesso.

Percezione pubblica vs realtà numerica

La distanza tra percezione pubblica e realtà dei numeri è forse l’aspetto più evidente di questa vicenda. A ricordarlo è anche Nikki Hiltz, atleta olimpica transgender e non binaria, che ha criticato apertamente la nuova linea del Comitato Olimpico Internazionale. "Non so chi abbia bisogno di sentirlo, ma ZERO donne transgender hanno partecipato alle Olimpiadi di Parigi. Solo UNA donna transgender, una sollevatrice di pesi, ha gareggiato a Tokyo 2021 e non ha vinto alcuna medaglia. Possiamo smetterla di essere ossessionati dalle persone trans? E magari iniziare a concentrare tempo, energie e risorse sui veri problemi dello sport femminile?".

Test genetico SRY e rigidezza biologica

Un discorso analogo vale per l’introduzione del test genetico SRY come criterio di accesso alla categoria femminile. Definito "non invasivo" e "oggettivo", questo strumento rappresenta in realtà un ritorno a una concezione rigidamente biologica e binaria del corpo, che la stessa storia dello sport aveva già messo in discussione. Le categorie sportive sono costruzioni regolative, pensate per bilanciare inclusione e competizione. Il problema, quindi, è decidere come le differenze vengono tradotte in norme e con quali conseguenze per le persone coinvolte. In più: ha davvero senso adottare misure così drastiche, esclusione totale e screening genetico obbligatorio, per un fenomeno numericamente così limitato? O siamo di fronte a una risposta sproporzionata, che rischia di produrre più danni che benefici? Indovinate la mia risposta.