Il Dio dell’amore è la (ri)prova che in Italia sappiamo fare i film romantici Una tradizione che resiste
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09 Aprile 2026
09 Aprile 2026
L’uscita al cinema de Il Dio dell’amore ci ha ricordato qualcosa che, a volte, tendiamo a dimenticare: anche in Italia sappiamo fare i film romantici. Non spesso, non del tutto, nemmeno sempre riusciti. Però ci proviamo, proprio come fanno gli innamorati, e ogni tanto il risultato è un’opera che non solo si ispira al genere, ma riesce persino a modellarlo a proprio gusto e sentimento. Il film diretto da Francesco Lagi, co-scritto insieme a Enrico Audenino, attua una rivisitazione delle opere sentimentali basandosi su due grandi premesse che spesso il cinema nostrano ha utilizzato nelle sue storie: il caso e un numero di interpreti per un racconto corale.
La tradizione del cinema romantico corale in Italia
Un espediente molto utilizzato nel cinema romantico italiano è la coralità, che soprattutto le commedie hanno utilizzato e che trovò in Manuale d’amore il più alto punto di incontro. Un espediente, ancora, che trova una riformulazione ad esempio in Follemente di Paolo Genovese, dove c’è un cast di nomi e volti conosciuti dagli spettatori, pur con la storia incentrata sull’appuntamento di solamente due personaggi. Le radici, però, arrivano comunque da lontano, basti pensare a Ex o, per affondare in territori mucciniani, il dittico L’ultimo bacio e Baciami ancora.
L'amore giovanile e l'evoluzione del romanticismo
Sebbene nei primi anni Duemila si è dovuta attraversare la fase Tre metri sopra il cielo e Amore 14, con antecedente che possiamo trovare nel 1999 con l'uscita del cult Come te nessuno mai di (ancora una volta) Gabriele Muccino, è stato possibile in seguito trovare racconti più delicati, maturi e indagatori sulle relazioni, dalla saga di Sul più bello alla decostruzione di un punto di vista maschile con L’amore, in teoria del 2025. Siamo a un cinema che è educazione al sentimento, che è insieme anche intrattenimento leggero e che non pretende nulla se non ciò che può dare: un posto caldo e accogliente in cui invitare gli spettatori. E questo è un buon punto a cui arrivare e in cui restare.
L'amore nel cinema italiano: tra commedia e malinconia
L’amore non si può certo evitare, è per questo che i più grandi della nostra cinematografia hanno deciso di affrontarlo di petto. Se di Aldo, Giovanni e Giacomo ripetiamo a memoria battute e freddure ironiche, sotto lo strato umoristico dei loro film si è nascosta talvolta una disamina dei sentimenti e dei rapporti, basti pensare solo che in Chiedimi se sono felice lo spettacolo che stanno allestendo è il Cyrano de Bergerac. Sentimenti e rapporti sono, ancora, elementi fondamentali per un autore come Massimo Troisi che, con la sua vena partenopea, sapeva far commuovere un secondo dopo averci fatto ridere senza nemmeno accorgerci del passaggio intermedio. Una malinconia insita nel comico e attore, che risuona come Quando di Pino Daniele sul finale di uno dei suoi film più belli di sempre, Pensavo fosse amore… invece era un calesse.
Esempi contemporanei e Il Dio dell'Amore
Anche di esempi più recenti ne abbiamo, dal Tutti i santi giorni di Paolo Virzì al Ricordi? di Valerio Mieli fino al delizioso debutto Settembre di Giulia Steigerwalt, a cui si aggiunge ora Il Dio dell’amore, il quale usa l’espediente della casualità che va a braccetto col fato e mostra come tutto, in un modo o nell’altro, è collegato. Ed è da questi incontri fugaci o lunghi una vita che fuoriescono cose più incredibili. Lagi firma una pellicola che non si limita alla scrittura, che è di per sé originale e vivace, ma fa si che la regia accompagni i continui salti di narrazione e di immagini, così come fa con lo spettatore. Guidato nel cuore degli eventi da un vero Cicerone dell’amore, Ovidio, un Francesco Colella che è narratore esterno e che conosce tanto bene la capitale quanto le storie dei cittadini che la abitano.
Un mosaico di storie d'amore intrecciate
Ironico e smaliziato, genuino e irresistibile con i suoi zoom ravvicinati e gli stati d’animo sottolineati ogni volta dal cambio di stile della regia, Il Dio dell’Amore è una storia che in realtà sono tante, perché non siamo soli quando siamo su questa terra e non siamo nemmeno soli quando siamo innamorati. Con noi c’è qualcuno innamorato a propria volta, che ricambi i nostri sentimenti o li rivolga verso qualcun altro è lo stesso. È una donna che incontra il suo amore del liceo, che nel frattempo sta con una maestra di scuola elementare, che stava prima con un ragazzo troppo appiccicoso, il quale si innamora della sua terapeuta che, a propria volta, è lesbica. Quanti sono i giri che ci fa fare l’amore, e come è bravo Francesco Lagi a farli quadrare tutti.
