
My voice, my choice conquista il Parlamento Europeo La salute sessuale e riproduttiva non è una concessione, ma un diritto umano fondamentale
"La mia voce, la mia scelta", non è solo uno slogan, ma una presa di posizione politica. Con l’adozione di una risoluzione non vincolante a sostegno di un aborto sicuro e accessibile, il Parlamento europeo ha compiuto un passo importante nel riconoscere che la salute sessuale e riproduttiva non è una concessione, ma un diritto umano fondamentale. Il voto, 358 favorevoli, 202 contrari e 79 astensioni, fotografa un’Europa ancora profondamente divisa, ma anche una maggioranza politica consapevole che le disuguaglianze sull’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza non sono più tollerabili. In molti Stati membri, infatti, l’aborto resta un diritto limitato, ostacolato o di fatto inaccessibile. Non per mancanza di leggi, ma per barriere economiche, ideologiche, geografiche e culturali che colpiscono in modo sproporzionato le donne e le persone con capacità gestante.
My voice, my choice: è solo l’inizio
Secondo i dati richiamati nel contesto dell’Iniziativa dei cittadini europei My Voice, My Choice, oltre 20 milioni di donne in Europa non hanno accesso a un aborto sicuro. Un numero enorme, che smaschera l’ipocrisia di un continente che si definisce culla dei diritti umani ma che, nei fatti, lascia milioni di persone sole davanti a scelte che riguardano il proprio corpo, la propria salute e la propria vita. Il Parlamento europeo ha deciso di sostenere le richieste dell’Iniziativa dei cittadini proponendo l’istituzione di un meccanismo di solidarietà finanziaria volontario, aperto agli Stati membri che intendano aderire. Un fondo sostenuto anche da risorse dell’Unione europea, pensato per garantire l’accesso a un’interruzione di gravidanza sicura e legale alle persone che, nei loro paesi, non possono ottenerla. Non si tratta di imporre un modello unico, ma di creare uno strumento concreto di tutela dei diritti, rispettando le normative nazionali ma superando le disuguaglianze più gravi.
Il cuore politico di questa risoluzione sta proprio qui: nel riconoscere che l’Europa non può più voltarsi dall’altra parte. Quando una donna in Polonia muore perché i medici temono conseguenze legali anche in situazioni di grave rischio; quando l’aborto è formalmente legale ma di fatto impraticabile; quando l’obiezione di coscienza diventa un ostacolo sistemico; quando il costo economico dell’intervento grava interamente sulle singole persone; allora non siamo di fronte a una scelta individuale, ma a una violazione strutturale dei diritti.
Una battaglia non solo ideologica, ma di vita o di morte
La Polonia è uno degli esempi più drammatici. Le restrizioni quasi totali sull’aborto hanno già avuto conseguenze mortali. Donne lasciate senza cure adeguate, gravidanze portate avanti contro ogni indicazione medica, un clima di paura che mette a rischio non solo le pazienti, ma anche il personale sanitario. È inaccettabile che nel 2025, nel cuore dell’Unione europea, si continui a morire per mancanza di accesso a cure riproduttive sicure.
Anche in Italia
Ma il problema non riguarda solo i paesi con legislazioni fortemente restrittive. Anche dove l’aborto è legale, come in Italia, l’accesso reale è spesso compromesso. La carenza di strutture, l’altissimo numero di medici obiettori, le disuguaglianze territoriali costringono molte donne a spostarsi per centinaia di chilometri, ad aspettare settimane, o a cercare soluzioni alternative e non sicure. Il diritto esiste sulla carta, ma viene svuotato nella pratica.
A tutto questo si aggiunge il fattore economico. In molti contesti l’aborto non è completamente gratuito, oppure comporta costi indiretti, viaggi, giorni di lavoro persi, che pesano soprattutto sulle persone più fragili. Ancora una volta, la possibilità di scegliere dipende dal reddito e dal luogo in cui si vive. Una disuguaglianza che l’Unione europea non può ignorare. Nella risoluzione adottata, il Parlamento sottolinea anche il ruolo centrale dell’UE nel promuovere la salute e i diritti sessuali e riproduttivi in senso ampio: educazione sessuale, accesso alla contraccezione, informazione sulla pianificazione familiare, assistenza materna. L’aborto non è una questione isolata, ma parte di un sistema di diritti che riguarda l’autonomia corporea e la libertà di autodeterminazione.
La palla alla Commissione Europea
Non manca, infine, una presa di posizione politica netta contro il regresso dei diritti delle donne e contro i movimenti anti-genere che, in nome di una presunta difesa dei valori tradizionali, mirano a limitare libertà fondamentali e a delegittimare chi le difende. Gli attacchi alle attiviste, alle ONG, ai difensori dei diritti umani non sono episodi isolati, ma parte di una strategia che va riconosciuta e contrastata. Le parole della relatrice Abir Al-Sahlani dopo il voto sono chiare: questo risultato è una vittoria delle cittadine e dei cittadini europei che hanno scelto di partecipare e di far sentire la propria voce. La democrazia non è solo delega, ma anche partecipazione attiva. Ora la palla passa alla Commissione europea, che ha tempo fino a marzo 2026 per indicare quali misure intende adottare. Saranno decisive le scelte politiche: limitarsi a dichiarazioni di principio o trasformare questa spinta in strumenti concreti. Perché i diritti, se non sono esigibili, restano vuote promesse.


















































