
"If I had legs I’d kick you" ci insegna a stare nell'angoscia Il film con Rose Byrne arriva finalmente al cinema in Italia

Ho visto "If I had legs I'd kick you" (titolo italiano Se solo potessi ti prenderei a calci) una mattina a caso posta in una settimana molto stressante. Uscita dal cinema, ho sentito una sensazione fortissima di spaesamento, quasi panico, e una grande difficoltà a riprendere la mia vita normale, fatta di messaggi su Whatsapp, e-mail, contenuti video e parole, parole, parole. La sera stessa, avevo fissato un appuntamento con la mia psicologa. Appuntamento che, prima di vedere il film, avevo quasi pensato di rimandare per stanchezza, ma che ho deciso di tenere. Forse, per merito del film, di cui poi in effetti ho parlato per quasi tutti i 50 minuti della mia seduta.
If I had legs I'd kick you, la trama
Ne parlo anche a voi, dunque. Scritto e diretto da Mary Bronstein, If I had legs I'd Kick you è la storia di Linda, donna madre moglie e professionista (fa la psicologa) molto stressata, sull'orlo del crollo. Le circostanza non aiutano di certo. All'inizio del film, infatti, un grosso guasto al soffitto della camera da letto la costringe a trasferirsi con la figlia (che ha dei gravi problemi di salute) in un motel mentre il marito è via per settimane e settimane a causa del suo lavoro. Se a questo aggiungiamo una paziente che definire indisciplinata è un eufemismo, un inizio di abuso di sostanze e un collega/terapeuta con cui porta avanti un rapporto ambiguo, la frittata è fatta. Il buco sul soffitto diventa quindi un'enorme metafora del suo trauma, del suo starsi consumando per tenere sotto controllo tutto, e continua ad allargarsi. Tutto sembra irrisolvibile, perché lei è in caduta libera, e questa disperazione la porta a prendere decisioni molto sbagliate, in un effetto domino di peggioramento che non puoi fare altro che seguire, inorridito, spaventato, addolorato, anche un po' nauseato.
Un'esperienza di visione difficile
Peggioramento che è dunque molto difficile da guardare, per una chiara volontà della regista, che ha cercato di creare il film più claustrofobico e angosciante del momento attraverso inquadrature strettissime e un gioco di sottrazione costante, ma anche per ragioni più personali, e quindi soggettive, e di genere. Questo non è un articolo su quanto sia stata disturbante la mia esperienza cinematografica, ma su quanto profondamente abbia toccato le mie corde. Non è un articolo sul messaggio e sul tema del film, sulla questione femminile (che chiaramente è presente, visto che la protagonista è una madre e una moglie, una donna in qualche modo traumatizzata dalla maternità che non riesce ad affrontare il suo trauma, che si sente in colpa e cade vittima alle sue nevrosi), non è un articolo sul rapporto madri-figlie. È un articolo sull'imparare a stare nel dolore e nel disagio abbastanza da sentirlo, farlo penetrare e cercare di capire qualcosa grazie a questa stasi, a questa permanenza cocciuta, e poi lasciarlo andare. Gettarsi tra le onde e sperare di stare bene, senza scappare ma anche abbandonando ogni pretesa di controllo. Facile a dirsi, ma non a farsi. Sentire-e-basta senza cercare per forza un messaggio, una soluzione o una parabola è un esercizio potentissimo, di rilascio e di liberazione. Forse, e dico forse, questo potrebbe essere uno dei messaggi della pellicola.
Finalmente al cinema in Italia
Se vi sentite coraggiosi e pronti a trascorrere 1 ora e 53 minuti nel disagio, la pellicola arriva finalmente al cinema in Italia il 5 marzo, distribuito da I Wonder Pictures. Nel cast, oltre a una splendida Rose Byrne, anche Conan O’Brien, Danielle Macdonald, Asap Rocky, Mary Bronstein stessa (nel ruolo della psicologa infantile che segue la figlia) e Christian Slater. Presentato al Sundance e alla Berlinale, ha fatto conquistare a Byrne il Golden Globe per la migliore attrice protagonista e una nomination agli Oscar nella stessa categoria. La competizione è spietata, ma staremo a vedere.




























































