“Questo disco è un segreto detto ad alta voce” Intervista a Roshelle, che torna con "Mangiami pure"

“Questo disco è un segreto detto ad alta voce” Intervista a Roshelle, che torna con Mangiami pure

Dopo l’esordio a X Factor e anni attraversati da cambiamenti, sperimentazione e ricerca, Roshelle torna con Mangiami pure, un album intimo e radicale in cui fragilità, desiderio e scrittura si fondono in una forma finalmente libera e personale. Con lei abbiamo parlato della genesi del progetto, del dolore come materia creativa e della libertà di seguire fino in fondo ciò che chiama.

Intervista a Roshelle

Partirei dal titolo: da dove nasce Mangiami pure e che cosa volevi comunicare con questo album?

Mangiami pure è una provocazione. È come dire alle mie passioni: prendetevi gioco di me, divoratemi, lasciate di me solo ciò che riesco a creare da quello che vivo. Ho una tendenza quasi ossessiva verso le cose che amo: leggere, scrivere, cantare, disegnare. Quando qualcosa mi attrae davvero, vorrei che il tempo smettesse di esistere. Vorrei consumarmi dentro quel gesto creativo. In questo album ci sono molte riflessioni personali. Alcuni brani sono nati quasi senza filtro: pagine di diario portate al microfono il giorno dopo aver vissuto qualcosa. Per questo pubblicarlo è stato anche spaventoso. È un disco molto vero, a tratti persino scomodo, come confidare un segreto e lasciarlo nelle mani di perfetti sconosciuti. Crescendo, però, ho sentito sempre di più la responsabilità della sincerità. Sono stata nutrita dalle opere di altri artisti, autori, registi, e quelle opere mi hanno dato il coraggio di fare la mia parte, a modo mio. Spero che questo disco possa fare lo stesso con qualcun altro: ispirare, smuovere, far nascere qualcosa.

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Samuele Giudice
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Come funziona per te la scrittura? È cambiata nel tempo?

Lo smarrimento è sicuramente uno dei punti di partenza di questi pensieri. Quando dico che nessun posto è casa mia, è perché la percezione che ho di me stessa è ancora quella di un lupo solitario: qualcuno che forse cerca il branco, o forse non cerca niente e continua semplicemente a vagare sotto la luna. Il mio processo di scrittura cambia, ma molto spesso parte dal diario. Brani come Sott’acqua o Cigarette sono nati così: quasi senza editing, senza la preoccupazione di rientrare per forza in una struttura. Quando succede qualcosa che mi colpisce davvero, il giorno dopo può già diventare canzone.

A proposito di brani molto forti, qual è la storia dietro Limbo?

Limbo è una canzone particolare, perché la canto dal punto di vista di un uomo. È una storia che mi è stata raccontata da una persona molto vicina a me, che la stava vivendo e ne soffriva profondamente. Io ho empatizzato con lui da più lati: da una parte perché credo di essere stata, nella vita, anche carnefice; dall’altra perché sento di avere dentro di me una componente maschile molto forte, che mi piace onorare. Ho persino un alter ego maschile con cui disegno da tanti anni. Non mi è stato difficile entrare in quella voce. È una di quelle canzoni nate subito, il giorno dopo. In studio c’era Pier Pasini al pianoforte e, come succede a volte, non c’era nemmeno bisogno di spiegare troppo: il sentimento era già lì, nell’aria. Bisognava solo ascoltarlo e portarlo a terra.

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Per un periodo sei sparita dai radar. In molti ti aspettavano, ma nel frattempo stavi chiaramente attraversando un percorso. Come hai vissuto questi anni di ricerca?

Ho semplicemente seguito quello che mi attirava di più. Un film mi portava a un libro, un libro a un concetto, un concetto a una canzone. È stato tutto una conseguenza, una catena naturale. In quel tempo di silenzio mi sentivo in ricerca, e quando si è in ricerca ci si sente anche molto insicuri. Non mi sono esposta finché non ho sentito che l’evoluzione che stavo vivendo aveva raggiunto una sua solidità. Prima ero in bilico; adesso sento orgoglio e gioia. Dopo molto tempo passato tra sperimentazione, osservazione, letture, film, musica e persino abiti, ho avuto la sensazione di entrare in una stanza nuova, in una luce diversa.

In questo percorso è stato importante anche il confronto con Tommaso Ottomano, direttore artistico del progetto. Com’è andata?

È stato un confronto molto stimolante. Tommaso è un artista che stimo molto e con cui ho avuto conversazioni bellissime. Mi ha aperto gli occhi su altri artisti, su visioni, su modi diversi di concepire la musica. È come se avesse messo il sale su qualcosa che era già mio, ma che da sola facevo fatica a vedere fino in fondo. Ha tirato fuori una parte di me rendendola più elegante, più eterea, più magica. In questo disco ci sono atmosfere sonore e visive che, per me, hanno la forza immersiva del cinema. È stato un incontro importante e spero che questo dialogo possa continuare anche in futuro.

Nel disco c’è quasi solo italiano, ma a un certo punto compare anche l’inglese. Come mai?

Perché è venuta così. Non mi freno mai rispetto a una lingua, non mi impongo regole. Fever, per esempio, è nata con Oscar, un ragazzo con cui ho esplorato molto la musica. Vive in Italia, ma ha un rapporto naturale con più lingue, e quella canzone aveva già quella forma. Io ci ho aggiunto la mia visione, perché la sentivo tragicamente comica e molto vicina a quello che stavo vivendo. Anche in Cigarette c’è una parte in inglese che nasce da quello stesso scambio. A volte una frase funziona proprio perché è in quella lingua, e tradurla significherebbe impoverirla. Per me non esiste un metodo rigido: esiste solo il bisogno di non darmi limiti e di onorare ciò che vuole uscire.

C’è poi Due passi nel blu della luna, che hai lasciato in una forma molto nuda, quasi come una traccia catturata nel suo primo respiro. È una scelta molto coraggiosa. Perché hai deciso di non modificarla?

Perché quella canzone era il frutto di una magia irripetibile. È nata in una notte molto particolare. Ero con Luca Faraone, che per me ha una capacità speciale: quando suona, risveglia qualcosa. Quella notte ero in preda alle emozioni, cercavo di colmare un vuoto che nessuno, in quella stanza, avrebbe potuto colmare davvero. A un certo punto mi sono chiusa in bagno, vestita, dentro una vasca vuota, e ho scritto tutto il testo. Poi, alle quattro del mattino, è arrivato Emanuele Nazzaro; sul pavimento c’era un contrabbasso, Luca ha scritto poche note su un foglio e ci siamo ritrovati tutti e tre a onorare quel momento. L’audionota che si sente è esattamente la fotografia di quella notte. Avrei potuto reinciderla meglio, forse, ma non con lo stesso sentimento. E per me era quello il punto: salvare l’origine.

C’è un consiglio che ti senti di dare a chi oggi si avvicina alla musica e all’industria musicale?

Direi di essere il più egoisti possibile rispetto a ciò che si vuole dire. Bisogna raccontare la propria verità, la propria storia, senza cercare per forza di risultare subito comprensibili. Quello è un filtro molto limitante. Se il desiderio è trovare le parole giuste per essere più precisi, allora è una ricerca bellissima. Ma se il punto di partenza è "questa cosa gli altri non la capiranno", allora si rischia di tradire la propria voce. Ognuno ha un lessico unico, un modo unico di nominare il mondo. E forse il lavoro più importante è proprio costruirsi quel vocabolario.

Ultima domanda, inevitabile: non è venerdì sera, ma devo fartela lo stesso. Chi ami stasera?

Amo la pazienza che le persone hanno avuto nell’aspettarmi. Mi sento molto grata, perché dopo così tanto tempo continuo a ricevere messaggi da chi mi dice di essere felice di aspettarmi. Non è per niente scontato. Anzi, mi rende orgogliosa. Anche senza conoscermi davvero, certe persone hanno capito così tante cose di me da sorprendermi.