"La mia ricerca è la somma di tutto ciò che ho raccolto nel corso della vita" Intervista alla make-up artist Vanessa Icareg

La mia ricerca è la somma di tutto ciò che ho raccolto nel corso della vita Intervista alla make-up artist Vanessa Icareg

"Sono Vanessa Icareg, make-up artist. Per me il make-up è prima di tutto uno strumento di trasformazione e narrazione. Mi interessa creare personaggi, atmosfere e stati emotivi attraverso il volto e il corpo, costruendo immagini che siano allo stesso tempo narrative, malinconiche e sospese, in dialogo tra moda, arte e racconto visivo" e così inizia la nostra nuova puntata di Under the Beauty Radar, dedicato ai professionisti delle bellezza che vanno sotto la superficie. 

Intervista alla make-up artist Vanessa Icareg

Descrivi il tuo stile in 3 parole

Narrativo, malinconico, perturbante.

Come si è evoluto nel tempo? Che tipo di ricerca visiva stai portando avanti?

Non ho mai vissuto il make-up come uno strumento di valorizzazione estetica. Fin dall’inizio mi ha interessato la sua capacità di definire un’identità, costruire un personaggio o suggerire un universo visivo. La mia ricerca è la somma di tutto ciò che ho raccolto nel corso della vita: immagini, ricordi, film, esperienze, persone, ossessioni e riferimenti che continuano a sedimentarsi nel tempo. È come avere un archivio personale da cui attingo continuamente. Il mio lavoro nasce proprio dalla traduzione di questi codici in un linguaggio visivo. Mi interessa trasformare elementi molto intimi e familiari in immagini che possano essere condivise e interpretate da altri. In questo senso, ogni progetto diventa una forma di racconto, un modo per dare una nuova forma a qualcosa che esiste già nella memoria.

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Ci racconti il tuo percorso professionale?

Il mio percorso non è stato esattamente lineare. Ho iniziato nel teatro, trasformando attori in personaggi. Poi ho truccato bambini, che sono probabilmente il pubblico più onesto e difficile da impressionare. In seguito ho lavorato nel cinema per adulti, un ambiente che mi ha insegnato velocità, pragmatismo e ad avere un rapporto molto diretto con il corpo. Solo dopo è arrivata la moda. A volte penso che il mio approccio attuale nasca proprio da questo mix improbabile: un po’ di teatro, un po’ di fantasia infantile, un po’ di realtà cruda e, infine, la costruzione di immagini. Forse è anche per questo che il mio lavoro si muove continuamente tra narrazione, trasformazione e identità.

Hai costruito un look riconoscibile, un po’ sporco e anche dreamy, non sempre “bello” nel senso tradizionale del termine. Quali sono le tue ispirazioni?

Sono affascinata dalle immagini che vivono nelle zone d’ombra, dove il bello e l’insolito coesistono. Trovo ispirazione nella fotografia di moda, nel cinema, nell’arte contemporanea e nelle sottoculture visive che utilizzano il corpo come mezzo espressivo. Mi interessano le immagini che conservano un margine di ambiguità e una certa malinconia, che non si esauriscono in una sola lettura. Più che la perfezione, cerco immagini che suggeriscano qualcosa senza rivelarlo completamente.

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Come ti approcci al lavoro sul set? Come inizia per te l’ideazione di un look per altri?

Cerco sempre di partire dalla narrazione. Prima ancora del make-up, mi interessa capire quale universo visivo stiamo costruendo e quale ruolo avrà il volto all’interno di quell’immagine. Spesso raccolgo riferimenti che non appartengono al mondo beauty: fotografie, film, immagini d’archivio, materiali o frammenti visivi che fanno parte del mio immaginario personale. Da lì inizio a costruire un linguaggio che possa dialogare con styling, luce e fotografia.

Spesso il tuo lavoro deve dialogare con look molto specifici, come per Ann Demeulemeester. Come make-up e look entrano in contatto o in contrasto?

Quando lavoro con identità estetiche molto forti cerco innanzitutto di comprenderne il linguaggio. Non mi interessa che il make-up prevalga sugli altri elementi, ma che contribuisca ad amplificarne la narrazione. A volte il dialogo avviene per armonia, altre volte attraverso un piccolo contrasto che introduce tensione e rende l’immagine più complessa. Credo che le immagini più interessanti nascano proprio dall’equilibrio tra queste due possibilità.

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Ci sono colleghi che segui? Chi consigli di seguire a noi?

Ammiro il lavoro di molti colleghi e professionisti del settore, ma sarebbe difficile citarne alcuni senza rischiare di dimenticarne altri altrettanto importanti. Per questo preferisco consigliare alcune fonti di ispirazione che hanno influenzato il mio immaginario visivo. Trovo estremamente stimolante The Romance of Food di Barbara Cartland: mi affascina per la sua estetica quasi kitsch e per il modo in cui le immagini del cibo vengono accostate a oggetti come porcellane antiche. È un dialogo visivo molto interessante, soprattutto dal punto di vista cromatico, e continua a essere una grande fonte di ispirazione per i miei make-up. Mi affascinano anche i lavori di facepainting di Serge Dyakonov e Serge Lutens, un vero genio visivo, capace di costruire un universo estetico ricchissimo e profondamente personale.

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Qual è il tuo prodotto preferito e irrinunciabile?

Il correttore Chanel Sublimage e il blush Armani Luminous Silk nella tonalità Bold Pink.

Che rapporto hai con i trend beauty? Quali ti piacciono e quali invece eviti?

Osservo i trend come fenomeni culturali prima ancora che estetici. Sono interessanti perché raccontano desideri, paure e aspirazioni di un determinato momento storico. Tuttavia cerco di non inseguirli. Mi interessa maggiormente costruire un linguaggio personale che possa evolvere nel tempo senza dipendere dalle tendenze del momento. Evito tutto ciò che tende a uniformare le immagini; preferisco ciò che lascia spazio all’identità, all’imperfezione e alla sperimentazione. In fondo, ciò che mi interessa è creare immagini che restino aperte all’interpretazione, capaci di esistere in quello spazio ambiguo tra attrazione, memoria e immaginazione.

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