
Le mete di viaggio da considerare per il 2026 Cercando di non riprodurre il disastro dell'overtourism
Nel 2026 viaggiare all’estero non è più un gesto innocente. È una scelta che parla di noi, del nostro rapporto con il mondo e del modello economico che continuiamo a legittimare. Dopo anni di voli low cost, city break seriali e luoghi trasformati in brand, il turismo internazionale mostra tutte le sue crepe. Le città più visitate d’Europa non sono più spazi da attraversare, ma dispositivi di consumo rapido: affollati e svuotati di vita reale. L’overtourism non è un effetto collaterale del successo, ma la sua forma più coerente. È ciò che accade quando il viaggio viene pensato come prodotto standardizzato e il territorio come risorsa da sfruttare. Barcellona, Lisbona, Amsterdam, Dubrovnik sono diventate simboli di un paradosso: più vengono amate, meno restano abitabili. Nel 2026, continuare a sceglierle senza interrogarsi significa partecipare, anche involontariamente, a questo meccanismo.
Un nuovo modo di viaggiare è possibile? Nel 2026, speriamo di sì
Per questo sta emergendo una geografia alternativa del viaggio all’estero. Non una mappa segreta, ma una costellazione di luoghi che non hanno ancora sacrificato la propria struttura sociale all’industria turistica. Luoghi che non promettono intrattenimento continuo, ma chiedono attenzione.
@arrafidr part 4 | balkan solo trip continues; Sarajevo has a lot to offer, so let me break it down for you! save this and follow me for more vlogs! . #fyp #sarajevo #travelvlog #bosnia #europetravel Alone Again (Naturally) - Gilbert O'Sullivan
Sarajevo
Nei Balcani occidentali, ad esempio, il viaggio assume ancora una dimensione politica e storica. Sarajevo non offre l’illusione di una bellezza neutra: costringe a confrontarsi con il Novecento e con le sue fratture. Non è una città addomesticata per i visitatori e proprio per questo conserva un’autenticità che altrove è stata perduta. Qui il turismo non è ancora riuscito a cancellare la memoria, né a sostituirla con una narrazione semplificata. L’Albania rappresenta uno dei casi più emblematici del prossimo decennio. È già oggetto di un interesse crescente, spesso presentato come nuova frontiera del turismo europeo. Ma questa retorica rischia di riprodurre gli stessi errori già visti altrove. L’interno del paese, lontano dalle coste in rapida trasformazione, racconta un’altra possibilità: città di pietra, economie locali che non dipendono esclusivamente dalla presenza dei visitatori. Viaggiare qui nel 2026 significa muoversi su un crinale sottile, dove ogni scelta contribuisce a orientare lo sviluppo futuro.
Tra Estonia e Finlandia
Spostandosi verso il Nord Europa, il discorso cambia ma il nodo resta lo stesso. Paesi come l’Estonia e la Finlandia non sono immuni al turismo, ma hanno mantenuto una relazione più equilibrata tra spazi abitati e spazi visitati. Fuori dalle capitali, il paesaggio si dilata: foreste, isole, laghi, piccoli centri dove il tempo non è stato accelerato per rispondere alla domanda globale. Qui il viaggio non è accumulo di esperienze, ma sottrazione. Meno stimoli, più silenzio.
@sasharustravels I came to the Caucasus with a few stereotypes in mind, and am leaving with a completely new perspective on what life is like here! #travelrussia #russiangirl #russiatravel #ossetia original sound - Sasha’s Russian Travels
Verso est e oltre
Nel Mediterraneo orientale, la Grecia offre un esempio lampante della biforcazione in atto. Da una parte, isole completamente piegate al turismo stagionale, dall’altra territori che resistono perché difficili da raggiungere, privi di infrastrutture pensate per il comfort del visitatore. In questi luoghi, il viaggio torna a essere un’esperienza di adattamento. Non si arriva per prendere, ma per stare. Anche fuori dall’Europa, il 2026 segna un momento di ripensamento. In alcune aree del Caucaso, ad esempio, il turismo è ancora marginale rispetto alla vita locale. Georgia e Armenia non sono mete facili né addomesticate. Richiedono tempo, ascolto, la capacità di muoversi in contesti che non ruotano intorno al visitatore. Proprio per questo offrono una delle esperienze di viaggio più dense e meno mercificate del continente eurasiatico. Il punto centrale, però, non è individuare nuove destinazioni prima che diventino di moda. È cambiare il paradigma. L’overtourism non nasce dall’eccesso di movimento, ma dall’idea che il mondo debba essere sempre disponibile e sempre pronto a intrattenerci. Una logica che riproduce le stesse disuguaglianze del capitalismo globale: concentrazione della ricchezza ed espulsione degli abitanti.
@luciandanciu OVERTOURISM IN VENICE, 16 february 2025 #carnivalevenezia2025 #casanova300 #venice2025 #venice #italy original sound - Gazella Venice Photographer
Possiamo ancora andare a Lisbona e a Parigi
Viaggiare all’estero nel 2026 implica accettare dei limiti. Viaggiare meno spesso, restare più a lungo, scegliere periodi non canonici, rinunciare a parte della comodità. Significa riconoscere che il diritto alla mobilità non può trasformarsi nel diritto a colonizzare temporaneamente ogni luogo. In questo senso, il viaggio diventa un atto politico silenzioso. Non fa rumore e non produce contenuti virali, ma lascia tracce. Può contribuire a rafforzare economie locali o a svuotarle. Può sostenere relazioni oppure consumarle. Può essere una forma di attraversamento rispettoso o l’ennesima occupazione temporanea. Nel 2026, forse, la vera domanda non sarà più dove andare, ma come andarci senza distruggere ciò che rende quel luogo desiderabile.



















































