
Sorry, baby, ma la vita è un casino Recensione dell'esordio sorprendente di Eva Victor al cinema dal 15 gennaio

Andare al cinema è bello perché ogni volta è diverso. Ci sono esperienza cinematografiche elettrizzanti, dinamiche, sorprendenti. Ci sono visioni contemplative, meditative. Ce ne sono altre, invece, che nonostante i temi non siano esattamente rosei, ti fanno uscire dalla sala leggera ma elettrizzata, pensierosa ma anche positiva, con la volontà di riprendere in mano la parola, con la volontà di creare qualcosa. Perché il cinema esiste, la vita è un macello e il modo di raccontare questo esatto macello sullo schermo sa essere anche luminoso, oltre che di intrattenimento, delicato, profondo, ironico: tutto insieme in equilibrio perfetto. Questo e molto altro è Sorry, Baby, esordio alla regia di Eva Victor, che lo ha anche sceneggiato e che vi appare nei panni di Agnes, protagonista.
Sorry, Baby trama del film al cinema dal 15 gennaio
La sinossi ufficiale di Sorry, Baby recita: "Agnes è una giovane docente universitaria ironica, capace e brillante. Quando subisce una molestia da parte di una persona fidata, il suo mondo va in pezzi, ma tutto succede improvvisamente e senza clamore, quasi in punta di piedi. Ci vorrebbe tempo, ma la vita va avanti, almeno per tutti gli altri" e qui sta il punto. Per quanto sembri ingiusto e amaro, la vita va avanti anche per Agnes, che fatica a definirsi vittima e pur essendo profondamente segnata dall'accaduto si lascia galleggiare in una vita che in teoria è bella, ma che in pratica rimane segnata. E qui sta l'ironia crudele del destino: perché anche se tutto in te grida vai avanti, un po' nel tuo dolore ti ci rannicchi, perché è più semplice. Ma la forza creatrice dell'universo (e qua intendiamoci, il senso è olistico e non religioso) ti tira fuori dal tuo buco, perché la tua amica ha avuto un bambino, o perché un uomo ti offre un panino con i peperoncini calabresi molto buono sul ciglio della strada, o perché la tua gatta ha bisogno di te.
Premiata per la miglior sceneggiatura al Sundance e celebrata a Cannes, quest'opera prima dimostra una sensibilità fuori dal comune, un'abilita registica che si mette al servizio della storia e che trova nei suoi momenti di sottrazione (non vediamo mai la scena dello stupro, anzi osserviamo solo un'anonima casetta da fuori, perché non è nostro compito speculare e perché non è compito del regista farci vedere per farci credere, anzi nella sottrazione tutto diventa ancora più imponente e spaventoso, ma anche subdolo e strisciante) la sua forza. In un cinema che sempre più viene apprezzato solo quando urla e spiega e mette le cose nero su bianco, è bello vedere un regista e uno sceneggiatore che si fida del suo pubblico, e che gli lascia un certo spazio di movimento.
La risposta alla violenza sessuale è un tema molto difficile
Questa pellicola - che ricordiamo arriva nei cinema italiani a partire dal 15 gennaio, e sarebbe un peccato perdersela - non è certo l'unica opera che gira attorno a un'aggressione di natura sessuale. Un esempio abbastanza recente è quello di Electra, libro che ha segnato il ritorno di Violetta Bellocchio nel 2024 e che rileva in una molestia brutale subita per strada una delle cause scatenanti di una calcolatissima sparizione, quella della protagonista che - con un intento più o meno smaccatamente autobiografico - racconta in prima persona la sua storia. Sorry, Baby, però, non scivola né nell'assurdo né nell'autobiografico, anzi si tiene sul filo del rasoio tra l'intimo e l'universale, con equilibrio, amarezza e ironia.




























































