
Ma quanto è noiosa questa storia dei Beckham Vivere per procura attraverso la vita delle famiglie ricche, avanguardia pura
Delle famiglie (nucleari eterosessuali), si è scritto e detto anche l'impossibile. Ne hanno scritto Lev Tolstoj e Jane Austen, Natalia Ginzburg e Philip Roth. Forse è il tema di cui si è discettato di più, secondo solo all'amore e alla coppia. Questo non vuol dire che ne siamo stanchi, anzi. Continuiamo ad amare i drammi familiari, e se sono quelli dei famosi e dei potenti meglio ancora. Un esempio? Ma basta pensare a Meghan Markle e il principe Harry, al loro (sempre ipotizzato, mai chiarito) litigio con Kate Middleton e il principe William, con la regina Elisabetta, Carlo e tutto Buckingham Palace. Adesso, nel novero delle grandi famiglie della cultura pop(olare) sotto la lente d'ingrandimento ci sono anche i Beckham.
Cosa sta succedendo tra Brooklyn Beckham e la famiglia
Cosa è successo? Tutto e niente, onestamente. I Beckham, unità collettiva composta da mamma Victoria, papà David e i figli Brooklyn, Romeo, Cruz e Harper, in ordine di grandezza, sono una delle famiglie preferite dal grande pubblico. Per anni, si è parlato di loro come della royal family alternativa. Le foto di famiglia deliziavano i nostri feed, ci piaceva saperne di più. Tanto che ci hanno prodotto un documentario apposta per noi. Vi ricordate? Quello del meme di Victoria che nega di essere stata cresciuta in una famiglia benestante. E poi un altro paio. Neanche Taylor Swift ci ha fornito così tanto materiale.
Un giorno, però, la magia si è infranta. Difficile capire esattamente quando. I maligni imputano la rottura tra il figlio maggiore, Brooklyn Beckham, e i suoi genitori al giorno in cui ha deciso di sposare Nicola Peltz, nel 2022. Altri guardano più a fondo, e trovano nel modo in cui la famiglia ingloba tutte le fidanzate dei figli qualcosa di inquietante. Ieri, Brooklyn in persona ha buttato benzina sul fuoco delle speculazioni con una serie di storie Instagram, testo bianco su fondo nero in cui, tra le altre cose, scrive: "Non voglio riconciliarmi con la mia famiglia. Non sono sotto il controllo di nessuno: per la prima volta nella mia vita mi sto difendendo. Per tutta la mia vita, i miei genitori hanno controllato la narrazione sulla nostra famiglia sui media. Post sui social costruiti ad arte, eventi familiari e relazioni inautentiche sono sempre stati parte integrante della realtà in cui sono nato. Di recente ho visto con i miei occhi fino a che punto siano disposti a spingersi per diffondere innumerevoli menzogne sui media, spesso a discapito di persone innocenti, pur di preservare la loro facciata. Ma credo che, alla fine, la verità venga sempre a galla" ecc ecc. Insomma, Brooklyn Beckham odia mamma e papà perché vogliono infilarsi nella sua vita matrimoniale e perché l'hanno fatto crescere sotto l'egida di un brand preciso e sempre controllato, finto, costruito che lo ha fatto sentire impossibilitato a esprimersi appieno.
Cosa ne sappiamo noi? Le fazioni e la parasocialità che non passa
Inutile dire che i social network sono esplosi. C'è chi analizza il testo, chi cerca le foto delle occasioni nominate dal primogenito per fare fact checking, chi si schiera a favore di una parte o di un'altra e chi, ripetendo uno schema già visto e francamente anche un po' misogino, vede in Nicola Peltz la dea della discordia che ha infranto l'idillio familiare, mettendosi in mezzo tra mamma e figlio come una vera vipera. La verità, però, è che la verità non esiste, esistono le versioni di quello che è successo ed esistono strati, coperture, mistificazioni, post Instagram che la abbelliscono e la imbellettano. Esiste la finzione, esiste il marchio Beckham ed esiste la volontà di affrancarsene e di crearne uno nuovo. Non esiste, evidentemente non in tutti, la capacità di discernere e di comprendere che quello che vediamo sui social è storytelling, sempre e in ogni caso soprattutto quando si parla di persone famose. Esiste, dall'altro lato, la parasocialità. Perdiamo di vista il fatto che noi queste persone non le conosciamo, che seguirle sui social non vuol dire frequentarle, che le stiamo guardando come guarderemmo un film alla televisione di sabato pomeriggio, quando siamo annoiati. Da questo punto di vista, la situazione diventa noiosa. Stiamo davvero facendo il gioco di due nuclei familiari ormai distinti che vogliono semplicemente imporsi sul pubblico, fornendogli una scorta infinita di pubblicità? Non ci sentiamo usati? Neanche un po'? Forse dovremmo, anche solo per ridimensionare speculazioni e quantità di impegno utilizzato per sbrogliare nodi non nostri, di cui sappiamo solo quello che vogliono farci sapere.


















































