
Al Pride fa troppo caldo! E così, anche lo spazio pubblico smette di essere inclusivo Per una partecipazione accessibile bisogna ripensare orari e modalità
In questi giorni di Pride è emersa una discussione che, più che una polemica, sembra una domanda molto concreta su come stiamo progettando lo spazio pubblico. Il punto è semplice: ha ancora senso organizzare manifestazioni di massa nelle ore centrali del giorno, quando il caldo estremo rende la partecipazione non solo difficile ma in alcuni casi rischiosa? Ovviamente, questo ragionamento vale per tutti i momenti di aggregazione. Nel caso di sabato 20 giugno, a Roma, durante il Roma Pride, si sono registrate temperature intorno ai 36 gradi. Non è un episodio isolato: è ormai una condizione ricorrente delle estati italiane e, in particolare, di quelle romane. Ciò cambia completamente il modo in cui dovremmo pensare eventi che, almeno nelle intenzioni, vogliono essere aperti a tutte le soggettività.
Caldo estremo e Pride: quando il corpo diventa il primo fattore di esclusione
C’è un aspetto che spesso resta fuori dal dibattito pubblico: non tutte le persone vivono il caldo allo stesso modo e, soprattutto, non tutte possono adattarsi nelle stesse modalità. Le persone con disabilità motorie, croniche o invisibili sono tra le più esposte. Il caldo amplifica la fatica, riduce la resistenza fisica, rende più complicati gli spostamenti e l’attesa prolungata in piedi. Ma lo stesso vale per chi ha problemi cardiovascolari, pressione bassa o condizioni che non sempre vengono considerate invalidanti nella vita quotidiana, finché non ci si trova in mezzo a una folla sotto il sole. Poi ci sono le persone neurodivergenti. Non è solo una questione di disagio: può significare dover abbandonare l’evento dopo poco tempo, o non poterci proprio partecipare. A tutto questo si aggiungono anziani, persone fragili, chi assume farmaci che influenzano la termoregolazione e, più in generale, chiunque non possa reggere ore sotto il sole senza conseguenze. Il punto non è medicalizzare la partecipazione. Il punto è riconoscere che il corpo è parte della cittadinanza e che lo spazio pubblico non è neutro.
Le dichiarazioni di Lou Ms.Femme
Ne abbiamo parlato con Lou Ms.Femme, scrittricə, consulente e attivista nonbinary neuroqueer. "Non è normale organizzare un Pride in queste condizioni, continuare a farlo di giorno e a temperature tanto elevate, favorendo il numero rispetto alla sicurezza. Io al Pride ci volevo andare, ma così come viene inteso, pensato e programmato non vedo posto per persone come me: fragili, neurodivergenti e disabilitate proprio da queste leggerezze. Non esiste Pride senza persone neurodivergenti e disabilitate, siano esse visibili o invisibili. È necessario ripensarlo, ricostruirlo per garantire uno spazio realmente condivisibile. E smetterla una buona volta di considerare le proteste di noi persone neuroqueer disabilitate al pari di capricci o seccature differibili".
Inclusione e accessibilità negli eventi pubblici: non bastano le dichiarazioni
Quando si parla di Pride, o più in generale di manifestazioni pubbliche, l’inclusione viene spesso raccontata come principio. Ma esiste un livello molto più concreto e più scomodo: le condizioni reali in cui le persone possono esserci. Se per partecipare devi esporre il tuo corpo a condizioni di rischio, allora non è più uno spazio pienamente accessibile, e questo vale indipendentemente dalle intenzioni politiche o culturali dell’evento. Il caldo estremo, oggi, non è più un’eccezione, ma è divenuto una variabile strutturale.
Il Pride di Madrid come esempio di organizzazione inclusiva
Se si guarda ad altre grandi città europee, si vede che questo tema non è del tutto ignorato. Il Pride di Madrid, organizzato come MADO, è uno degli eventi più grandi d’Europa e attira milioni di persone ogni anno. La manifestazione principale si svolge nel mese di luglio e rappresenta il momento più partecipato dell’intera settimana di eventi. Dalle informazioni ufficiali del programma 2026 e dalle guide aggiornate della città, la grande parata parte nel tardo pomeriggio, intorno alle 19:00, con un percorso che attraversa il centro cittadino da Atocha fino a Colón. La struttura dell’evento alterna attività diurne e momenti serali, ma concentra il momento di maggiore partecipazione nelle ore in cui le temperature iniziano a calare. La settimana del Pride madrileno è comunque piena di eventi durante il giorno, ma la logica organizzativa è chiara: il cuore della manifestazione di massa viene spostato verso la sera, quando la città diventa più vivibile e la permanenza nello spazio pubblico meno faticosa. Non è un modello perfetto, né l’unico possibile, ma è un esempio di come il tema degli orari venga già trattato come una questione di sicurezza e vivibilità urbana, non solo di programmazione.
Cambiamento climatico e spazio pubblico: ripensare le manifestazioni di massa
Si tratta di riconoscere che il cambiamento climatico ha modificato profondamente le condizioni di vita nelle città e che le nostre abitudini organizzative non si sono ancora adattate abbastanza. Continuare a pensare che una manifestazione di piazza possa svolgersi serenamente nelle ore centrali dell’estate significa ignorare il fatto che lo spazio pubblico, in quelle condizioni, diventa selettivo. Le persone non sono tutte nelle stesse condizioni fisiche e non dovrebbero esserlo per poter partecipare a un evento pubblico.

























































