Non tutti ci odiano Psicologia pop di un malinteso collettivo chiamato liking gap

La conversazione è andata. Finita. Archiviata. Nessuno è morto, nessuno ha lanciato sedie, nessuno ha urlato "portatelo via". Eppure, nel momento esatto in cui smettiamo di parlare con l’altra persona, il nostro cervello apre un fascicolo. Titolo: Perché abbiamo rovinato tutto. Da lì in poi parte il processo post-sociale. Replay. Rallenty. Zoom emotivo su ogni parola detta con mezzo secondo di ritardo. È in quel momento che il dialogo interiore prende il controllo e pronuncia la sentenza più abusata della storia dell’umanità: “Mi odia”. Benvenuti nel club. Anche voi siete entrati ufficialmente nel territorio del liking gap.

Cos’è davvero il liking gap (spoiler: non è paranoia)

Il divario di gradimento è una di quelle cose che, una volta scoperte, fanno venire voglia di scrivere a metà delle persone con cui abbiamo parlato negli ultimi dieci anni per dire “scusa per tutto quello che mi sono immaginato”. In parole semplici, è la distanza tra quanto crediamo di essere stati apprezzati e quanto siamo stati davvero apprezzati. Ed è quasi sempre una distanza enorme, riempita con materiale altamente tossico come autocritica, ansia sociale, supposizioni senza prove. La psicologia sociale lo studia da tempo e continua a trovare lo stesso risultato: dopo una conversazione normale, le persone pensano di aver fatto una figura peggiore di quella che l’altro ha realmente percepito.

@dellara

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Perché il nostro cervello è programmato per pensare il peggio

Non è che ci piaccia soffrire. È solo che il nostro cervello è costruito male per il mondo moderno. È iper-attento ai segnali di rifiuto, allergico all’ambiguità e decisamente sovradimensionato quando si tratta di allarmarsi. Un tempo serviva a non essere esclusi dal branco. Oggi serve solo a convincerci che una pausa di tre secondi equivalga a un giudizio morale. A peggiorare le cose c’è l’effetto riflettore, quella tendenza a credere che gli altri notino ogni nostro errore con la stessa chiarezza con cui lo notiamo noi. È la grande asimmetria delle interazioni sociali: ognuno di noi ha accesso completo al proprio dialogo interiore. Sentiamo l’insicurezza, l’esitazione, il momento esatto in cui pensiamo di aver detto qualcosa di sbagliato. L’altra persona vede solo il risultato esterno, qualcuno che parla, ascolta, reagisce. Non percepisce il panico silenzioso ci attraversa mentre cerchiamo le parole giuste. Così, mentre noi stiamo rivivendo mentalmente la conversazione, loro stanno semplicemente andando avanti con la giornata. Questo spiega perché usciamo da una chiacchierata convinti di aver fallito mentre l’altro, più spesso di quanto si creda, esce con una sensazione positiva addosso.

@thefriendshipexpert Truth bomb at the end. You’re welcome. #femalefriendship #friendadvice #psychologyfacts original sound - Danielle Bayard Jackson

Non sottovalutiamo solo quanto piacciamo, ma anche quanto gli altri siano gentili

Il divario di gradimento fa parte di un insieme più ampio di errori di previsione sociale. Non sottovalutiamo solo la simpatia, ma anche l’empatia, la disponibilità, la gentilezza altrui. Pensiamo che un complimento possa risultare imbarazzante, quando in realtà spesso rende felice chi lo riceve. Pensiamo che scrivere a qualcuno “così, a caso” disturbi, quando invece viene percepito come un gesto di attenzione. Pensiamo che chiedere aiuto sia una seccatura quando i dati mostrano che le persone sono molto più propense ad aiutare di quanto immaginiamo. Ma, una volta innescato, questo atteggiamento pessimista diventa una trappola da cui è difficile liberarsi. Se partiamo dal presupposto che non piacciamo, ci comportiamo come se non piacessimo. Ci ritraiamo, ci autocensuriamo, ci proteggiamo. Mandiamo segnali di chiusura che gli altri, ovviamente, recepiscono. Come in una profezia che si autoavvera temiamo il rifiuto, agiamo per evitarlo. Il risultato? Non solo otteniamo in cambio meno connessione, ma finiamo per confermare le nostre stesse paure. Il liking gap ci rende più insicuri, meno presenti, meno aperti e disponibile all’incontro. Quindi, più soli.

@paulinkaraj the law of connection is such a good read and has really helped me when making new friends in a new location #adultfriendships #neuroscience #connection #community original sound - paulinka

Ricalibrare senza diventare insopportabilmente zen

La cosa più ironica è che, in moltissimi ambiti della vita, tendiamo a sopravvalutarci. Guidiamo meglio della media, comunichiamo meglio della media, capiamo le relazioni meglio della media. Poi arriva una conversazione con qualcuno che non conosciamo bene e improvvisamente ci convinciamo di fare schifo. È come se tutta la sicurezza evaporasse nel momento in cui entra in gioco lo sguardo altrui. Eppure, è proprio lì che spesso siamo più apprezzati di quanto crediamo. Peccato che non esista un trucco motivazionale per eliminare il liking gap. Esiste però una pratica molto meno glamour e molto più efficace: fare comunque la cosa che fa paura. Parlare. Scrivere. Esporsi. Non perché “dobbiamo uscire dalla comfort zone”, ma perché solo l’esperienza ripetuta può correggere le aspettative sbagliate del cervello. Ogni interazione che va meglio del previsto è una piccola smentita del tuo critico interiore. Senza dati nuovi, lui continuerà a raccontare la stessa storia. L’idea che ci salva un sacco di energia mentale? Accettare che non piaceremo a tutti. Non è una sconfitta, è una semplificazione. Non siamo responsabili delle percezioni altrui, né possiamo controllarle. E, se può consolarci, è probabile che nessuno stia pensando a noi con la stessa durezza con cui lo facciamo noi stessi. Alla fine, il liking gap ci racconta più di noi che degli altri. Racconta la nostra iper-attenzione, la nostra paura di sbagliare, il nostro bisogno di appartenenza. Ma ci dice anche che persone, in media, sono più gentili, più disponibili e più inclini ad apprezzarci di quanto immaginiamo. E no, molto probabilmente, non ci odiano.