L'analogico è tornato, anche nel modo di vestire Per un look più autentico e meno costruito

Quando abbiamo iniziato a vestirci per essere fotografati? Forse in un momento a metà tra il boom dei fashion blog e l’affermarsi di Instagram, che più di qualsiasi altra piattaforma ha enfatizzato l’idea del vestirsi per mostrarsi. I look si sono fatti via via più studiati e costruiti, non soltanto per chi fa il content creator o l’influencer di mestiere, ma anche per chi lo utilizza semplicemente nel suo tempo libero. Non che prima le persone non badasserо a come vestirsi per un’occasione o per andare a lavorare, ma oggi potremmo dire che un outfit funziona soprattutto se si integra bene nel feed. Fino ad ora, almeno. Perché sta prendendo corpo una nuova tendenza che sembra andare in direzione contraria. Non ha caratteristiche codificate, ma riflette un’attitudine più rilassata, quella che gli americani definirebbero low effort. La giornalista Alison Syrett Cleary l’ha chiamata analog dressing: un modo di vestire che sembra rispondere alla vita di chi indossa gli abiti più che alla loro resa fotografica.

Il ritorno all’analogico

Il ritorno all’analogico permea ormai la cultura contemporanea: di fronte a un’estetica sempre più patinata e costruita - potremmo dire in alta definizione - abbiamo imparato ad apprezzare nuovamente difetti, imperfezioni e sbavature. Questo si riflette anche nel modo di vestire, che sembra voler ritrovare una sua spontaneità (almeno apparente). Alle ultime fashion week gli esempi non sono mancati. A New York, nelle collezioni Primavera/Estate 2027, Altuzarra ha mandato in passerella camicie con i bottoni chiusi in modo asimmetrico; mentre da Coach le giacche erano annodate in vita sopra completi dall’aspetto sgualcito. A Milano, invece, Bottega Veneta ha mostrato cappotti con gli orli legati in un nodo, come farebbe qualcuno per evitare che tocchino terra. Sono dettagli che fanno pensare a vestiti sistemati durante la giornata, secondo le necessità del momento. È un’illusione, ovviamente, perché in passerella non c’è mai nulla di lasciato al caso. Ma riflette comunque un modo più rilassato di concepire e indossare i capi, che sembrano aprirsi a nuove possibilità. 

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Che cos’è l’analog dressing

Come spiega la stylist Rita Benedetto (stylist_a_porter): "L’analog dressing, più che una nuova tendenza, è quasi il tentativo di disintossicarsi dalle tendenze". È "una piccola quota di nonchalance che impedisce a un look di sembrare troppo costruito". Allo stesso tempo, allarga il discorso al nostro rapporto con il vestirci. Per Benedetto, "è un atteggiamento più che un’estetica", che arriva in un momento in cui siamo "saturi di immagini perfette, micro-trend ed estetiche immediatamente riconoscibili e replicabili". Anche lontano dalle sfilate, la tendenza sembra più attuale che mai. Basta fare un giro su whatpeoplearewearing, il profilo Instagram con cui Linoy Friedman racconta i look delle persone incontrate per strada a New York e non solo. A quanto pare, in questa stagione, non c’è cosa più newyorkese di un maglioncino legato in vita: un gesto pratico, che dà carattere anche all’outfit più semplice. Da questo punto di vista, l’analog dressing offre anche una tregua alla ricerca del capo giusto per ogni occasione. Si possono riprendere gli abiti che conosciamo e usarli con un po’ meno riguardo, lasciando che un dettaglio fuori posto rimanga tale.

Come ricorda Benedetto, lo hanno fatto anche Miuccia Prada e Raf Simons nella sfilata per l’Autunno-Inverno 2026/2027: quindici modelle sono uscite ognuna quattro volte, mostrando gli stessi capi trasformati attraverso stratificazioni e sottrazioni. "Più che il ritorno di un’estetica precisa, vedo il ritorno dello styling", osserva la stylist. "Il vestito smette di essere un’immagine finita e torna a essere qualcosa che la persona modifica, stratifica, sposta e soprattutto abita". È proprio questo il cuore di un modo di vestire più analogico.

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Da dove cominciare

Come portare questa attitudine nel proprio guardaroba? Benedetto suggerisce di partire con una certa cautela: "Non provare a ricrearla troppo. Sembra un paradosso, ma nel momento in cui cerchiamo la formula dell’analog dressing rischiamo di trasformarlo nell’ennesima estetica da replicare". Il punto di inizio sono quindi gli abiti che abbiamo già e le nostre abitudini, concedendoci un po’ meno controllo sul risultato. Il secondo consiglio è "lasciare qualcosa irrisolto": una camicia mezza dentro e mezza fuori, un cardigan chiuso con un solo bottone, le maniche tirate su, una giacca legata in vita. "Una piccola imperfezione dà movimento e fa sembrare il look vissuto, non costruito", spiega la stylist. Infine, "spostare il modo in cui indossiamo le cose". Una maglia appoggiata sulle spalle può finire annodata come una sciarpa, un colletto può uscire dove non dovrebbe, una manica essere arrotolata senza cercare la simmetria. "Spesso è il modo in cui indossiamo un capo, più del capo stesso, a rendere personale un look", conclude Rita Benedetto. Insomma, non vestirsi meno, ma vestirsi meno per essere visti.

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