
Voi conoscete la storia dei pimple patch? Non esattamente un'invenzione della gen Z

Ormai è inutile negarlo: i pimple patch sono ovunque. Da un paio d'anni a questa parte la loro presenza è quasi (ironicamente) insopportabile. Mille forme, colori ed esigenze diverse, da quelli impercettibili e sottilissimi perfetti da portare sotto il make-up a quelli oleografici a forma di stella o cuore. C'è chi li porta per necessità e chi per mera estetica. Ma il punto è proprio questo: tutti almeno una volta li abbiamo utilizzati. E se vi sembrava l'invenzione del secolo, dobbiamo purtroppo farvi scendere dalle nuvole: il fatto probabilmente più interessante dei pimple patch è che non è assolutamente una moda contemporanea nata tra social e selfie. Anche dame e principesse si adornavano di piccole costellazioni sul viso per nascondere le proprie imperfezioni.
La storia dei pimple patch
Prima dei pimple patch c'erano i mouches
In realtà, vi abbiamo parzialmente mentito: le origini dei pimple patch risalgono addirittura all'antica Roma. Qui si utilizzavano dei piccoli cerotti di cuoio morbido trattati con allume per coprire macchie e imperfezioni, facendoli passare per nei decorativi. È però nell'Europa del '600 che questa pratica si trasforma in una vera e propria moda, soprattutto tra le corti aristocratiche. Le protagoniste erano le mouches, in Italia dette mosche: dei piccoli ritagli di carta, seta o velluto, generalmente neri, per contrastare con la carnagione pallida dell'alta borghesia, applicati sul viso per nascondere brufoli, cicatrici e altri segni della pelle. Le mosche non servivano soltanto a camuffare le imperfezioni: si indossavano anche per valorizzare i lineamenti, posizionandole sulle guance, sulla fronte o vicino alla bocca. Come racconta la storica Marlo Avidon su Doing History in Public, nel diario del 5 maggio 1668 lo scrittore Samuel Pepys descrisse Barbara Villiers, amante di Carlo II d'Inghilterra, mentre inumidiva con la saliva un cerottino preso dal viso di una dama e lo applicava accanto alla propria bocca, probabilmente per coprire un brufolo in arrivo, trasformando quel rossore in una "dichiarazione di moda". Una scena che, a distanza di secoli, non sembra poi così lontana dalle nostre abitudini davanti allo specchio.
Il linguaggio segreto dei pimple patch
La moda delle mouches non rimase confinata alle corti francesi e inglesi, ma arrivò anche in Italia, lasciando una traccia curiosa nella toponomastica veneziana. Come racconta The Times, esiste una calle a Venezia chiamata "Calle de le Moschete", fortemente legata alla vendita di questi piccoli cerottini. La cosa più interessante, però, è che le mouches finirono per diventare una sorta di linguaggio in codice. Nel '600 e nel '700, la posizione e la forma dei cerottini potevano suggerire qualcosa della personalità di chi li indossava, ma anche comunicare messaggi politici o sentimentali. Non tutti, però, vedevano di buon occhio questa moda: alcuni moralisti le consideravano un simbolo di vanità e dissolutezza, mentre altri temevano che venissero utilizzate per nascondere i segni di malattie veneree.
Il ritorno della moda a inizio '900
All'inizio del Novecento, i patches tornarono sotto forma di prodotti commerciali: tra il 1913 e il 1915, Johnson & Johnson vendeva infatti confezioni di beauty spots adesivi. Negli anni '20, questi piccoli accessori continuarono a circolare, comparendo anche sulle riviste di moda dell'epoca. Ormai era chiaro: non erano più soltanto un modo per coprire i segni della pelle, ma un vero e proprio prodotto di bellezza da acquistare e utilizzare a piacimento. E così è ritornato ai nostri giorni: un piccolo adesivo con cui adornare il nostro viso.
