
"Cominciare a scrivere è un atto di sopravvivenza" Intervista ad Angelica

"Mi chiamo Angelica, sono una cantautrice, sono dell’acquario e quando canto mi dimentico spesso le parole delle mie canzoni nonostante le abbia scritte io" così inizia la nostra chiacchierata con Angelica, cantautrice originaria di Monza. Dopo le recenti collaborazioni camaleontiche del 2025 al fianco di Crookers e Cosmic Crooner, la cantautrice torna con un nuovo singolo che segna un ulteriore tassello nella sua evoluzione pop e d'autore: ecco cosa ci ha raccontato su questo nuovo capitolo e sul percorso che l'ha condotta fin qui.
Intervista ad Angelica
"Ahi, che giornata!" parte da un'esclamazione che facciamo tutte quasi ogni giorno. Qual è la prima cosa che fai quando capisci che la giornata ha preso una brutta piega?
Cerco di sdrammatizzare, che non significa però delegittimare o minimizzare, cerco solo di alleggerire il peso che sento, magari anche con un piccolo gesto. Spesso nel mio caso il piccolo gesto è quello di comprare un gelato.
Nel brano parli di "capelli che non ne possono più": quanto c'è di vero tra come sta la nostra testa (e i nostri capelli) e come ci sentiamo dentro?
La testa a volte ci gioca brutti scherzi e ci tira giù, altre volte fa cose incredibili e ci fa arrivare dove il nostro corpo non pensava di arrivare, a volte è così piena di idee e di pensieri che col peso può cascare. Per quanto riguarda i capelli io negli ultimi 6 anni di vita me la sono presa tantissimo con loro sfogandomi un sacco (basti vedere le mie foto dal 2020 ad oggi per rendersene conto) ora me ne sto prendendo cura e stanno tornando. Pure io tutto sommato.
Trasformare una frustrazione in pop è stato più un atto di sopravvivenza o una liberazione?
Cominciare a scrivere è un atto di sopravvivenza. Dopodiché finire e cantare una canzone è una liberazione, proprio fisica, come se certe cose di cui scrivo se ne andassero un po’ più lontane alleggerendomi.
C'è un consiglio che la Angelica di oggi darebbe alla Angelica che nel 2019 faceva uscire "Quando finisce la festa"?
Proprio di recente, dopo ANNI, ho riascoltato il mio primo disco. Me lo sono scritto da sola e auto prodotto, ci sono tante ingenuità ma gli voglio molto bene perché è figlio di una decisione specifica: all’epoca avrei potuto avvalermi di autori o accettare proposte televisive (talent) che mi erano arrivate e invece ho voluto prendere la mia strada perché era una necessità, quella di esprimermi liberamente più che quella di "apparire" o "arrivare". Più goffa di primi dischi confezionati da super professionisti? Certo. Però tanto vera. Quindi cosa direi alla me del 2019? Brava, sei stata coraggiosa, pura e son fiera di te!
"Ahi, che giornata!" è un lavoro super corale (tra Calcutta, Tropea, Congorock, Masa Masa). Com'è stato trovarsi tutti insieme in studio?
Caotico, bellissimo, notturno, stimolante e divertente. Mentirei se non aggiungessi anche la parola stressante. Proprio perché ho alle spalle quattro dischi creati perlopiù in solitudine, ora posso permettermi (e mi piace molto), di essere circondata dai miei amici. Per me questo lavoro è un privilegio ma è spesso anche causa di malessere e stress quindi laddove posso, cerco di farlo diventare una festa. In questo caso una festa in studio di registrazione con persone che amo.
Questo singolo apre il capitolo verso il nuovo disco. Se dovessi descrivere la "vibe" o l'estetica del prossimo album con tre oggetti o tre immagini, quali sarebbero?
Loredana Bertè a Sanremo nell’86 con il finto pancione, Renato Zero che nel ‘79 canta "se ti do il pelo tu che mi dai?" ne il Baratto e Lucio Battisti nell’80 alla tv svizzera con gli zoccoli che balla impacciato Amore mio di provincia, dall’ultimo disco scritto con Mogol. Ah e poi anche il caschetto di Raffaella Carrà lucidissimo che torna sempre al suo posto dopo ogni passo di ballo.
Che valore ha per te la "sorellanza" nel settore e quanto influisce il confronto con altre donne quando sei in studio o sul palco?
Intanto quando ero ragazzina e volevo suonare la chitarra e scrivere come i miei idoli che erano (e sono!) i Beatles, non era facile trovare degli esempi simili al femminile. Poi scoprendo la musica ne ho trovati ma rispetto a quelli maschili sono sempre stati meno, quindi più siamo e più diverse siamo, meglio è, il confronto è sempre molto positivo perché aiuta a crescere. La sorellanza è fondamentale, io mi sento più a mio agio quando sto con le donne, sentirsi capite e accolte non ha prezzo. E poi ho tante amiche strette cantautrici, penso a Levante, ad Elasi, a Laila al Habash e tante altre. Vuoi mettere poter condividere le stesse paure, le stesse situazioni?
Senti che c'è una nuova consapevolezza oggi da parte delle cantautrici nel raccontare la vulnerabilità femminile senza paura di risultare "troppo"?
Penso che ci sia sempre stata la consapevolezza da parte delle cantautrici che decidevano di essere tali, pensa alla Rettore o alla Nannini, due artiste completamente diverse ma che già più di 40 anni fa non avevano certo paura di essere troppo. La differenza forse sta nel COME viene accolta la narrazione femminile e nel quantitativo di proposte che è superiore a 40 anni fa.
Cosa succede nella tua testa cinque minuti prima di salire sul palco e qual è la prima cosa che cerchi negli occhi del pubblico? Ti vedremo presto live?
Cinque minuti prima sento i brividini di paura, ho i crampi alla pancia, cerco di stare concentrata e di pensare alle cose pratiche che devo fare prima di cantare (controllare la pedaliera della chitarra che abbia il suono giusto, fare check accordatura rapidissimo, controllare se gli in-ear funzionano…cose così) poi abbraccio i miei compagni di band e si va. Quando salgo sul palco passa la paura appena intercetto un sorriso e per fortuna questa cosa accade sempre appena guardo verso il pubblico. Non mi vedrete prestissimo live ma quando uscirà il disco, primavera 2027!




















































