"La filosofia estetica del brutto mette in discussione i canoni dominanti" Intervista a Ugly Roscino, make-up artist del brutto

La filosofia estetica del brutto mette in discussione i canoni dominanti Intervista a Ugly Roscino, make-up artist del brutto

Ugly Roscino è un make-up artist diverso. È diverso il suo approccio, diverso il suo stile. Diverso da cosa? Diverso dallo standard, dal soft glam e dal cozy make-up. Sul suo profilo Instagram - piattaforma su cui lo abbiamo contattato per un'intervista e per farlo diventare il primo protagonista del nostro nuovo format "Under the Beauty Radar", che nasce dal bisogno di scoprire e di evadere, di scovare artisti nuovi che sfidano (o ignorano) i trend del momento per portare avanti una ricerca alternativa - si definisce Priestess of Ugliness, e spiega bene la sua filosofia. Abbiamo voluto chiederglielo anche noi, in una conversazione che si sposta dall'estetica alla politica fino ad arrivare alla filosofia. 

Intervista a Ugly Roscino, il make-up artist del brutto

Definisci la tua estetica in 3 parole

Cruda, grottesca, sovversiva.

Ci racconti il tuo percorso lavorativo e l’evoluzione del tuo linguaggio visivo?

Vengo da una piccola città pugliese, dove l’idea di moda è sempre stata lontana. Ho frequentato il liceo artistico, coltivando fin da subito la passione per arte, filosofia e storia. A 17 anni ho iniziato ufficialmente a truccare le mie amiche per eventi di vario genere, facendo così tanta pratica. Ero convinto però di non poter trasformare questa passione in lavoro, quindi ho deciso di studiare graphic design a Milano. Nel frattempo ho iniziato ad assistere truccatori del settore e a fare tanta gavetta. Ho sempre lavorato molto anche sui social: Instagram mi ha aiutato a dare visibilità ai miei lavori. Il mio stile è sempre stato piuttosto sporco, non preciso, e questo mi ha portato a chiedermi perché fossi così attratto dal grottesco e dall’imperfetto. Durante una ricerca ho scoperto il primo manuale di filosofia dedicato alla bruttezza, Estetica del brutto (1853) di Karl Rosenkranz. Da lì tutto è nato: ho divorato pagine e pagine, facendo ricerche su ricerche, e quel pensiero ha sprigionato completamente il mio spirito creativo, permettendo al brutto di prendere sempre più possesso del mio linguaggio visivo.

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Perché il brutto come filosofia estetica è politico?

Mi piace partire da una riflessione di Michela Murgia sulla differenza tra pre-politico e politico. Il pre-politico è il momento in cui diventiamo consapevoli di un disagio che viviamo sulla nostra pelle e cerchiamo di risolverlo individualmente. Una volta superato, per noi il problema smette di esistere. Fare politica, invece, significa riconoscere che quel disagio è il sintomo di una distorsione sistemica e che riguarda anche gli altri. Significa volerlo affrontare non solo per sé, ma per il collettivo. È in questo senso che il brutto, come filosofia estetica, diventa politico. La bruttezza, estetica o morale, non è mai solo individuale: ci riguarda tutti, mette in discussione i canoni dominanti e combatte stereotipi e barriere sociali, aprendo uno spazio di accettazione e di possibilità nuove.

Il tuo lavoro sembra essere una risposta diretta all’idea di clean beauty, o del trucco in toto come strumento che valorizza e rende belli. In che modo ha senso per te rovesciare questa visione?

Non vivo il mio lavoro come una risposta diretta alla clean beauty, né come un rifiuto del trucco inteso come strumento di valorizzazione. Semplicemente non mi interessa lavorare all’interno di quella narrazione. Il mio obiettivo non è andare in contrasto con l’idea di bellezza, ma lottare affinché il brutto venga accettato quanto il bello all’interno della società. Nell’estetica dell’Ottocento, il brutto era spesso inteso come reazione al bello: un valore negativo o subordinato, il cui fine era esaltare il senso ontologico della bellezza stessa. Per me, invece, sono due valori distinti che comunicano tra loro, ma non sono in lotta. È la società a porli costantemente in opposizione. Il mio obiettivo è arrivare a un punto in cui si smetta di parlare di bello e brutto, per concentrarsi sull’identità e sull’espressione personale, senza barriere. Un luogo in cui ognuno sia libero di celebrare il bello, il brutto o muoversi liberamente tra i due.

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Un trend make-up che odi e uno che ami

Non ho mai avuto un rapporto positivo con i trend, anzi: li vivo come qualcosa di profondamente alienante. A mio avviso non favoriscono la costruzione di un’identità personale, ma spingono verso un’estetica collettiva, standardizzata, fatta di etichette. Nel momento in cui definiamo qualcosa come trendy, stiamo automaticamente includendo ed escludendo, creando confini e gerarchie che poco hanno a che fare con l’espressione individuale. Molti dei trend recenti, soprattutto nel make-up, li percepisco come vuoti di contenuto e superficiali: non veicolano un messaggio, non raccontano una visione, ma puntano esclusivamente all’apparenza, alla performatività e alla ricerca del consenso immediato, dei like. In questo senso, i trend rappresentano quasi la mia nemesi. Non li ho mai seguiti e non mi hanno mai realmente interessato, perché il mio lavoro nasce da un’esigenza opposta: usare il trucco come linguaggio personale, non come codice da replicare.

Cosa non manca mai nel tuo make-up kit?

Sicuramente non mancano mai i pigmenti, tra i più bizzarri e colorati. Prediligo creare da solo i miei prodotti e combinarli tra loro, ovviamente controllando sempre la compatibilità degli ingredienti e dei componenti. Sono soprattutto i prodotti labbra e i mascara che adoro customizzare e a cui dare il mio tocco personale.

Cosa consiglieresti a una persona che vuole diventare un make-up artist ma che non ha un’idea “tradizionale” di bellezza?

Direi di non avere paura di andare controcorrente. Continuate per la vostra strada, con determinazione e senza lasciarvi scoraggiare. La definizione di bellezza sta cambiando, e chi osa trovare un proprio linguaggio, anche lontano dagli schemi tradizionali, avrà spazio per esprimersi liberamente.

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Cosa ti ispira?

Le mie principali fonti d’ispirazione sono i libri sull’estetica del brutto, in particolare Storia della bruttezza di Umberto Eco, un saggio itinerante alla scoperta di una vasta iconografia fatta di incubi, terrori e demoni dalle presenze perturbanti. Attingo molto anche alla cinematografia di fine anni ’80 e inizi ’90, soprattutto ai film est-europei di nicchia. Detesto profondamente utilizzare Pinterest! Preferisco un buon libro o un bel documentario. A volte anche gli oggetti che incontro per strada o che mi circondano possono suggerirmi texture o accostamenti di colore. Un esempio lampante: un giorno, passeggiando in un famoso parco di Parigi, mi sono imbattuto in un mosaico super bizzarro creato dall’accumulo di escrementi di piccione. Ho scattato subito una foto e poco dopo ho realizzato un make-up ispirato proprio a quell’accumulo. Ecco come funziona il mio cervello, non segue meccanismi o schemi ben precisi.

Quali sono i make-up artist da cui prendi ispirazione/che ti piacciono molto?

La madre per eccellenza di questo linguaggio, da cui indubbiamente il mio lavoro prende ispirazione, è Inge Grognard! Sono enormemente fan del suo lavoro e della sua estetica, in particolare di tutti i progetti realizzati con Martin Margiela. Altri truccatori che stimo moltissimo per il loro talento creativo sono Isamaya Ffrench, Daniel Sällström, Valentina Li, Morgane Martini e Cécile Paravina. Valentina e Morgane, in particolare, sono state e continuano a essere le mie mentori. Da loro ho imparato tantissimo e sono infinitamente grato di aver avuto l’onore di lavorare con loro.