
Il make-up ha qualcosa da dire Una nuova generazione di creator sceglie lo slogan make-up per per esprimere identità, dissenso e marketing
E se, invece di scegliere tra eyeliner grafico e labbra bold, oggi il beauty look si giocasse tutto su una parola? LUCKY, DIVA, VIRAL, persino FUCK SWAG. Nello slogan make-up il viso diventa una pagina da leggere, con scritte oversize, lettering da vecchia grafica Tumblr e frasi che sembrano uscite da un meme. Il trucco non si limita a giocare con colori e forme, ma mette il linguaggio al centro del look. A volte basta una parola lilla sulla fronte per trasformare una faccia in un piccolo evento editoriale, di quelli che sulla For You Page ti fanno interrompere lo scroll per capire se stai guardando make-up, grafica o un filtro che non hai ancora scaricato. Tra i creator che stanno portando avanti la tendenza c’è August, che dal 2024 sperimenta con scritte ispirate all’oroscopo e slogan dai caratteri decisi. Il suo LUCKY lilla ha raggiunto milioni di visualizzazioni, mentre Vlada Krukovskaya gioca con messaggi provocatori e font che ricordano i loghi della moda. Shiyao Miya, Thirza King e Samhita Sharma declinano lo stesso principio tra scritte grafiche, glitter e colori accesi. Cambiano i caratteri, cambia il messaggio, cambia il personaggio che si decide di interpretare. Scegliere una parola significa costruirsi un’identità, almeno per il tempo di un selfie. Ma quando una scritta attira milioni di sguardi, la creatività smette presto di essere soltanto una faccenda personale.
Dal feed alla campagna: il viso come spazio pubblicitario
Quando una scritta sulla fronte raccoglie milioni di visualizzazioni, è facile immaginare che qualche brand abbia già aperto Pinterest per prendere appunti. Lo slogan make-up ha tutte le carte in regola per diventare il prossimo giocattolo del marketing beauty, tra loghi dipinti sugli zigomi, lettering su misura per il lancio di un prodotto e creator trasformati in cartelloni pubblicitari con gambe e profilo Instagram. Non stupisce, quindi, che Krukovskaya abbia raccontato a Dazed di essere stata contattata da brand interessati a collaborazioni. D’altronde, il vantaggio è che una faccia scritta si nota, incuriosisce e finisce facilmente nelle Stories, senza avere l’aria della solita campagna pubblicitaria studiata a tavolino. I rischi sono altrettanto evidenti. Quando i brief prendono il posto della spontaneità, anche la parola più irriverente può diventare un’operazione commerciale con un buon font. Il confine tra espressione personale e pubblicità può essere così sottile che non sempre chi guarda riesce a distinguere le due cose. Un altro possibile problema? Che una tendenza nata per divertirsi con il linguaggio del make-up creativo finisca per trasformare ogni centimetro di pelle in uno spazio da monetizzare.
Quando il beauty look prende posizione
Una parola scritta sul viso può fare molto più che vendere un rossetto. Può anche esprimere idee, rivendicazioni e dissenso, aprendo la strada al beauty activism. Come ricorda Dazed, le slogan tee ci avevano già insegnato che vestirsi può essere un modo per prendere posizione. Da Katharine Hamnett, che ha portato messaggi politici sulle magliette negli anni Ottanta, alle frasi irriverenti di Henry Holland, fino a Protect the Dolls di Conner Ives, la moda ha spesso usato le parole per trasformare un capo in una dichiarazione. Lo slogan make-up sposta lo stesso principio sul volto, rendendo il messaggio più personale e immediato. Questa sovrapposizione tra bellezza e politica è già oggetto di ricerca. In Makeup Activism on TikTok Laura Cervi e Verena Straub hanno analizzato video legati ai movimenti #WomanLifeFreedom e #NiUnaMenos, mostrando come tutorial e formati beauty possano diventare strumenti per raccontare mobilitazioni femministe e veicolare messaggi politici. Il meccanismo è semplice da capire: un contenuto costruito secondo le regole di TikTok può raggiungere persone che non cercherebbero spontaneamente un approfondimento politico. La bellezza come strumento di comunicazione diventa così una porta d’ingresso per parlare di diritti, violenza e disuguaglianze, senza dover assumere per forza il tono di un comizio. Questo non rende automaticamente politico ogni trucco con una scritta, né garantisce che un video virale produca conseguenze concrete. Mostra, però, che un linguaggio associato al consumo può essere riutilizzato per raccontare esperienze e conflitti che il feed tende a separare dalla vita quotidiana.
Dalla fronte alla piazza
Fuori dalla For You Page, intanto, l’Europa ha parecchio da dire. In Francia, Spagna e Italia, il costo della vita, l’emergenza abitativa e la precarietà alimentano proteste sociali diverse, accomunate dalla richiesta di condizioni più sostenibili. In questo scenario, lo slogan make-up potrebbe uscire dalla dimensione del selfie e incontrare quella della piazza. Non è ancora un codice riconoscibile delle mobilitazioni attuali, ma basta immaginare frasi come ad esempio La casa non è un privilegio o La vida no es un lujo per capire come il trend potrebbe prestarsi a rivendicazioni concrete. Una scritta sul viso si fotografa, si replica e passa dalla manifestazione ai social, dove può raggiungere persone che non erano presenti. Il beauty look diventa così un possibile mezzo di diffusione. Il rischio è che una protesta finisca ridotta a un’immagine efficace, pronta a raccogliere like e a sparire con il prossimo trend. Per evitarlo, la scritta deve rimandare a qualcosa che esiste anche fuori dall’inquadratura, a una richiesta, una comunità, una lotta. La visibilità sui social può amplificare una causa, ma non sostituire la partecipazione. Non ogni viso scritto è un manifesto, proprio come non ogni trucco colorato è un gesto politico. Eppure, quando una parola viene scelta per essere vista, il make-up smette di occuparsi soltanto dell’apparenza e apre uno spazio in cui decidere che cosa mostrare, che cosa contestare e a quale conversazione prendere parte.
























































