Andare al cinema è diventato un atto di fiducia E lo streaming, sicuramente, non aiuta

"Tanto lo recupero in streaming". Quante volte l'avete detto? Sicuramente davanti a un film che non vi incuriosiva troppo, ma probabilmente anche in occasione dell'uscita di uno che attendevate da tempo. Quello diretto dal regista che amate, con l’attore che vi piace, le recensioni ottime. Solo che, magari, non vi smuove così tanto da trovare una sera libera, comprare il biglietto, prepararvi alla spesa di bibite e popcorn e uscire di casa. Tanto, prima o poi arriverà da qualche parte. Netflix, Prime Video, Sky a noleggio. Nel frattempo ce ne sono altri mille da vedere.

Non vogliamo più andare al cinema? Il confronto tra Digger e Verity

Probabilmente è anche per questo che il risultato del primo weekend di ottobre al box office americano è risultato così interessante. Digger, il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu con Tom Cruise, ha esordito con circa 8 milioni di dollari negli Stati Uniti. Verity, invece, un thriller con Anne Hathaway e Dakota Johnson, tratto dal bestseller di Colleen Hoover, ne ha incassati più di 32. Il primo è costato tra più di 160 milioni di dollari, senza contare i circa 100 milioni spesi per la promozione; il secondo, invece, circa 40. Sarebbe troppo semplice leggere il confronto come la prova definitiva che il pubblico non vuole più il cinema d’autore e preferisce l'intrattenimento spiccio. Anche perché Digger è stato inizialmente accolto tiepidamente sia dalla critica che dagli spettatori, tanto che Warner Bros ha finito per utilizzare le recensioni negative nella campagna promozionale. Nemmeno Verity, con il suo 34% su Rotten Tomatoes, ha esattamente conquistato la critica. Ma, la differenza, almeno all’inizio, è che uno dei due film aveva dato al pubblico un motivo preciso per guardarlo subito.

La storia di Verity arriva al cinema dopo anni di vita fuori dallo schermo. Nel 2022 Colleen Hoover ha venduto più di 14 milioni di copie cartacee negli Stati Uniti; Verity da solo ha superato due milioni. È stato letto, odiato e discusso. Per citare un personaggio della politica italiana, insomma, "bene o male, l'importante è che se ne parli". Chi è andato a vederlo nel primo weekend poteva voler scoprire come fosse stato adattato il finale, confrontare i personaggi o semplicemente capire perché tutti ne stessero parlando. Non serviva nemmeno essere convinti che sarebbe stato un grande film. Anzi, le aspettative erano piuttosto basse, e la gente si smuove spesso in sala anche per fare hate-watching. Digger invece, chiede una forma di fiducia diversa e maggiore impegno. Iñárritu, Cruise, un budget enorme, un progetto originale e ambizioso. Cose che continuano ad avere un peso quando decidiamo se un film ci interessa. Meno, forse, quando dobbiamo decidere quanto sforzo vogliamo fare per vederlo.

Lo streaming ha cambiato il nostro rapporto con il cinema

È qui che lo streaming ha cambiato il nostro rapporto con il cinema più profondamente rispetto alla solita discussione sulla "morte delle sale". I film non sono meno interessanti, anzi, la passione cinefila è in crescita. Il focus va spostato sui tempi d'attesa. Siamo ormai abituati all’idea che quasi tutto, prima o poi, arriverà a casa nostra, anche velocemente. Le finestre di distribuzione cambiano in base a film e studio, ma la percezione è  che perdere un’uscita cinematografica non significhi perdere la possibilità di vedere l’opera. Si tratta di rimandarla un po'. E quando l’intrattenimento disponibile è praticamente infinito, non si percepiscono svantaggi.

Il lato economico e il significato del box office oggi

Anche andare al cinema, poi, è diventato un’attività più impegnativa da organizzare. In una ricerca Fandango del 2026, il 92% degli intervistati dichiarava di preferire la sala in compagnia. È un campione composto da persone che già frequentano il cinema, quindi non racconta l’intera popolazione, ma rende bene l’idea che scegliere un film implica sempre più spesso organizzazione e, soprattutto, un impegno e investimento economico. Le sale sono maggiormente frequentate dai più giovani, gli stessi che hanno il minor potere d'acquisto. Per questo non basta nemmeno avere una proprietà intellettuale famosa. La familiarità aiuta, ma non fabbrica automaticamente interesse e non è detto ci spinga a voler estrarre il portafoglio. Il box office, quindi, risulta sempre meno utile nel determinare il valore di un film. Gli 8 milioni di Digger non dimostrano, chiaramente, che Iñárritu abbia perso valore artistico, così come i 32 milioni di Verity non ne certificano una superiorità cinematografica. Dicono qualcosa di concreto sulle nostre abitudini d'acquisto e sullo spazio mentale che sentiamo di avere a disposizione per il tempo libero. Una serata thriller, pop corn e divertimento ci risulta più allettante di un'altra passata insieme a un film più lento e riflessivo.

L'esperienza cinematografica come appuntamento al buio

Prestigio, qualità, successo e rilevanza culturale non hanno mai coinciso perfettamente, ma per molto tempo Hollywood ha potuto contare sul fatto che almeno alcuni di questi elementi si trascinassero a vicenda. Una grande star e un grande regista potevano trasformare un film in un appuntamento gratificante. Adesso, è più un appuntamento al buio.

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