Abbiamo voglia di profumare di natura perché temiamo il cambiamento climatico? Tra crisi globali e digital burnout, le note verdi tornano (di nuovo) protagoniste della profumeria

Negli ultimi anni, i profumi gourmand non hanno avuto rivali. Vaniglia, caramello, cioccolato: l’opulenza di note dolci e intense ha dominato il panorama della profumeria niche e mainstream, trasformando le fragranze in qualcosa di quasi commestibile. Ora, accanto a questa abbondanza zuccherina, sembra farsi spazio il desiderio di profumare di foglie, erba e giardini. Di uscire a toccar l’erba, in tutti i sensi.

Che odore ha un profumo verde?

Pensate all’odore di una foglia strofinata tra le dita, a uno stelo appena spezzato o all’erba tagliata. In profumeria, l’aggettivo “verde” descrive proprio questa impressione vegetale: una freschezza che può essere pungente, amara, umida o resinosa. Tra le materie prime della profumeria che la restituiscono c’è il galbano, una resina dall’odore intenso, erbaceo e terroso. Ma il repertorio comprende anche foglie di violetta, germogli di ribes nero e accordi che ricreano il profumo delle piante. È una sfumatura che può attraversare composizioni molto diverse, rendendo un bouquet floreale più fresco o aggiungendo a una fragranza legnosa la sensazione del sottobosco. Questa familiarità della profumeria con il mondo vegetale ha in realtà una lunga storia: Vent Vert di Balmain, del 1947, aveva già fatto del galbano un elemento distintivo. Negli anni Settanta, Chanel N°19 ha costruito la propria identità sul contrasto tra la vivacità di questa nota e la delicatezza dell’iris. Il verde, insomma, ha avuto interpreti illustri ben prima che iniziassimo a parlare di burnout digitale.

Alla ricerca di un locus amoenus, anche solo olfattivo

Oggi, però, la tentazione di leggere questa riscoperta alla luce del periodo storico in cui viviamo è forte. Passiamo buona parte del nostro tempo al chiuso, spesso seduti, con gli occhi impegnati a scorrere qualcosa su uno schermo. Nel frattempo, veniamo bombardati da notizie al limite del catastrofico e ci viene prospettato un futuro in balia di un’intelligenza artificiale destinata a prendere il sopravvento e, nella più apocalittica delle ipotesi, ucciderci tutti. Non stupisce che possa nascere in noi un desiderio di evasione, un ritorno a un locus amoenus più immaginario che fisico, che trova nella natura la sua perfetta incarnazione. Come ha spiegato a WWD Françoise Guermeur, direttrice creativa del team di profumeria di IFF, “oggi le preoccupazioni per il clima e il benessere, insieme alla vita urbana e al sovraccarico digitale, spingono i consumatori a cercare un legame più forte con la natura”. In un contesto segnato dall’incertezza, questa ricerca può assumere il valore di un piccolo rifugio: evocare qualcosa di familiare per ritrovare un pezzo di noi stessi.

Come sono i profumi verdi di oggi

Le uscite recenti mostrano quanto questo immaginario possa assumere forme diverse. In I Will di Giorgio Armani, l’accordo di foglie di violetta affianca bergamotto e lavanda, mentre la composizione si sviluppa attraverso vaniglia e note legnose di cuoio. Il verde, in questo caso, trova spazio in una fragranza calda e intensa. Una sorta di abbraccio avvolgente in cui trovare riparo. Sous les Pins della linea Atelier des Fleurs di Chloé, invece, evoca una passeggiata sotto i pini mediterranei. Il profumiere Quentin Bisch si ispira ai paesaggi del Sud della Francia, con l’eucalipto a contribuire al carattere aromatico e resinoso della composizione. Due modi diversi di intendere una stessa ispirazione, che attinge dalla natura nella sua forma più pura. Il ritorno delle note verdi in profumeria si può leggere come il desiderio di ritrovare una sensazione di quiete: ci piace l’idea di portarci addosso un luogo in cui siamo stati bene, o in cui vorremmo ritornare. Uno scampolo di serenità a cui aggrapparci, anche quando tutto intorno a noi sembra precipitare nel caos.

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