"Diventiamo quello che ci raccontiamo" Intervista a Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa

Diventiamo quello che ci raccontiamo Intervista a Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa

Dopo il Covid abbiamo ricominciato a parlare di città, ma in modo completamente diverso rispetto al passato. Si parla di città da riqualificare, da rendere più vivibili e più inclusive. Città che subiscono l'overtourism, che diventano luna park per turisti danarosi, che diventano insostenibili per chi ci vive da sempre, per chi ci lavora, per chi ci è nato. Città da cui fuggire, città contro campagna, città costose, città che respingono, città che si difendono. In questo contesto, abbiamo voluto intervistare Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa.

Intervista a Sara D'Agati

Nelle sue parole: "Romadiffusa è un progetto di city branding la cui emanazione più visibile è un festival diffuso - quest'anno alla sua quarta edizione - che fa ormai quasi 100.000 persone. Ha una community molto attiva, sia territoriale che digitale. È un progetto che di fatto sta un po' cambiando la narrazione della città che da troppo tempo è percepita da molti come statica, decadente, immobilista, che non lascia spazio all'innovazione. Quello che noi facciamo è mappare l'intera città alla ricerca di quei luoghi che mantengono autenticità, che non hanno ceduto alla standardizzazione. Dopo questa mappatura, andiamo periodicamente ad attivare questi luoghi ma anche le piazze, i vicoli, i musei, le chiese portando dei contenuti underground e innovativi o comunque che generino una qualche forma di contrasto con il luogo. Per quattro giorni, 24 ore su 24, un'intera area della città diventa una sorta di playground dinamico e creativo. Quasi uno shock culturale, per chi non è abituato a conoscere la città in questo modo".

Diventiamo quello che ci raccontiamo Intervista a Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa | Image 622832
Diventiamo quello che ci raccontiamo Intervista a Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa | Image 622831
Diventiamo quello che ci raccontiamo Intervista a Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa | Image 622830

In questa risposta vediamo già due spunti per continuare la nostra conversazione. Il primo è sulla commistione di cose diverse e contrastanti (ad esempio: la musica elettronica in Chiesa) che vuole generare un sovvertimento di una gerarchia di potere. "La scelta di mettere contenuti sperimentali in luoghi tradizionali ci serve per innestare contemporaneità nell'idea di Roma come città museo, città eterna. E poi c'è il tema delle gerarchie" ammette, e continua: "Vogliamo sovvertire le gerarchie anche andando a toccare quell'apparato e quelle sovrastrutture che in qualche misura ingabbiano Roma da troppo tempo". Gerarchie che vengono sovvertite anche all'interno di Romadiffusa, che è un progetto fondato e formato da un team di donne: "Questo è rilevante per una città come Roma dove lo sguardo maschile è ed è sempre stato pesante. Forse anche perché è la città delle istituzioni, e questo porta con sé un certo linguaggio, una certa pesantezza. Il fatto di essere a maggioranza donne ha portato in maniera istintiva a una ridefinizione del concetto di cultura. Siamo tornate all'etimologia: coltivare, prendersi cura del territorio. E infine per noi è importante lavorare molto anche con artiste donne e con concetti legati all'autodeterminazione e al corpo, e non è un caso".

Romadiffusa e lo storytelling dell'Italia all'estero

Il secondo spunto è quello della narrazione, che Sara nomina diverse volte e che Romadiffusa vuole, appunto, rompere. O quantomeno aggiornare. "La narrazione oggi è tutto. Noi siamo immersi nello storytelling, nella comunicazione, non è più qualcosa che può essere vissuto tra virgolette come uno step successivo. Chi fa questo lavoro ha una grande responsabilità. Noi diventiamo quello che ci raccontiamo, e questo vale per le persone ma vale anche per i luoghi. A Cambridge ho studiato il soft power, cioè il modo in cui i Paesi si raccontano all'estero attraverso strumenti culturali. Lì mi sono resa conto che la maggior parte dei Paesi europei hanno un apparato governativo strutturato di racconto del Paese all'estero. Non l'Italia. Quello che dell'Italia esce all'estero avviene in maniera spontanea, non strutturata. E le persone che vanno a costruire questo racconto dal punto di vista governativo sono incompetenti".

Secondo Sara D'Agati, una parte della crisi della cultura italiana potrebbe essere affrontata proprio partendo da qui. "Nello smettere di mettere degli incompetenti ai vertici, di reprimere libertà e dissenso, di irrompere nelle redazioni dei giornali e negli atenei" dice, senza peli sulla lingua. Se abbiamo detto cosa non fare, possiamo dire anche cosa fare: "Investire realmente - sia dal punto di vista della visione che dei fondi - nella cultura, che è uno dei principali asset del nostro Paese" continua. "Diciamo sempre che l'Italia è uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di siti UNESCO. Eppure questo non si riflette nelle politiche di tutela e valorizzazione del patrimonio, né nelle politiche di supporto agli artisti, dal cinema alla musica. Sembra che ci si debba sempre arrabattare, quando invece potrebbe essere uno dei principali volani economici dell'Italia. Ci vuole una visione di lungo periodo e non puramente elettorale".

Diventiamo quello che ci raccontiamo Intervista a Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa | Image 622833
Diventiamo quello che ci raccontiamo Intervista a Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa | Image 622834
Diventiamo quello che ci raccontiamo Intervista a Sara D'Agati, co-founder e creative director di Romadiffusa | Image 622835

Se la cultura che parte dall'alto non ci piace, cosa invece ci piace? O meglio, cosa cercano i giovani in un progetto culturale che adesso non riescono a trovare? "Secondo me si cerca una fruizione più attiva, più ibridata, più partecipata. Da una parte facciamo fatica a interessarci a qualcosa che non ci vede come protagonisti, dall'altra mancano gli intermediari" ci spiega Sara. "Si va nei luoghi solo se c'è qualcosa da fare, anche se sono sempre stati lì. Perché la cultura è diventata un bene di consumo, lo vediamo anche nel fenomeno delle week milanesi. Magari avrebbe senso fare qualcosa in questo senso".

Da Roma a Milano, cultura e scena underground nella capitale lombarda

Impossibile non chiedere un parere anche su Milano. Nella capitale lombarda, infatti, sembra quasi che una scena underground non esista, o faccia molto fatica a uscire dalle fatidiche bolle. "Io sono stata fortunata" esordisce Sara, "una scena underground a Milano l'ho frequentata e la conosco. Però, secondo me, Milano si è immessa in un sistema con una rapidità incrementale, quindi è come se tutto ciò che esce da questa logica, da questa visione e da questo sistema sia sostanzialmente invisibile, non trovi spazio, non riesca a stare all'interno di questo ritmo che è forsennato".

Il futuro di Romadiffusa è su scala nazionale

L'ultima domanda, come al solito, è sul futuro. Del progetto, certo, ma anche di Sara D'Agati. "Voglio portare il progetto su una scala nazionale. Si parte da Roma perché Roma è la capitale, perché Roma ha un problema di narrazione, ma il problema di narrazione è nazionale. Mi piacerebbe partire da Napoli e poi Palermo. Inizialmente avevo lasciato da parte Milano, perché pensavo ci fossero già troppe cose. Invece, parlando con le persone, mi sono resa conto che c'è un problema di autenticità e di standardizzazione. Quindi secondo me un format che si concentra su questi aspetti potrebbe fare molto bene alla città. E poi voglio continuare a scrivere e fare ricerca. Nel mezzo, un viaggio molto lungo con i miei bambini davanti al mare, tra gli alberi".

Continua a leggere