
Biennale di Venezia 2026: il significato culturale di una giuria tutta al femminile Non è una concessione
Alla Biennale di Venezia 2026 accade qualcosa che viene subito sottolineato: la giuria internazionale è composta esclusivamente da donne. Cinque, tutte con profili solidissimi, tutte con percorsi che attraversano istituzioni e linguaggi diversi. Eppure il dato che emerge, quello che fa titolo, in prima battuta, è il genere, non la qualità.
Una giuria tutta al femminile: tra progresso e narrazione mediatica
Tale situazione è ovviamente problematica, seppur all’interno di una parentesi positiva. Il fatto che una giuria non sia mai stata effettivamente composta solo da donne è qualcosa che finalmente cambia rotta. Ma il fatto stesso di doverlo sottolineare, a volte, lo rende simile a una concessione. Forse la vera vittoria sarà quando non specificheremo più il genere di appartenenza? In ogni caso, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys e curata da Koyo Kouoh, si inserisce già in un contesto teorico e curatoriale attento alle narrazioni marginali, alle voci meno dominanti, ai registri "minori" della storia e della produzione artistica.
La giuria internazionale della Biennale di Venezia 2026
A presiedere la giuria è Solange Oliveira Farkas, una figura che da oltre quarant’anni lavora per creare ponti tra scene artistiche spesso escluse dai circuiti dominanti. Fondatrice di Videobrasil, ha costruito nel tempo una piattaforma capace di mettere in dialogo artisti di Africa, America Latina, Medio Oriente e Asia, insistendo su una prospettiva che non passa per i centri tradizionali dell’arte contemporanea. Il suo lavoro sui linguaggi video e sulle narrazioni non occidentali è politico. Accanto a lei c’è Zoe Butt, che ha costruito la propria pratica lavorando a stretto contatto con comunità artistiche del Sud-est asiatico. Il suo approccio non è quello della grande istituzione che cala dall’alto, ma di chi costruisce infrastrutture culturali dal basso. Con l' "in-tangible institute" e il progetto deCentral, Butt insiste su modelli collaborativi, su una curatela che è anche educazione e attivismo. Elvira Dyangani Ose porta invece una traiettoria che attraversa alcune delle istituzioni più influenti del sistema artistico globale, dalla Tate Modern al MACBA di Barcellona, fino alla Public Art Abu Dhabi Biennial. Il suo lavoro è centrato sulla rilettura critica della storia e sulla costruzione di narrazioni collettive alternative, insistendo molto sul ruolo dello spazio pubblico come luogo di conflitto e rappresentazione. Poi c’è Marta Kuzma, che incarna un altro tipo di autorevolezza. Alla Yale School of Art ha ricoperto un ruolo chiave, diventando la prima donna a guidare l’istituzione in oltre un secolo e mezzo di storia. Il suo percorso intreccia curatela, ricerca e riflessione sui contesti politici della produzione artistica, con esperienze che vanno da Documenta a Manifesta fino a progetti recenti legati alla guerra in Ucraina. Il suo lavoro interroga le condizioni in cui l’arte viene prodotta. Infine Giovanna Zapperi, una delle voci più rilevanti negli studi sulle pratiche femministe nelle arti visive. Il suo lavoro teorico ha contribuito a ridefinire il modo in cui leggiamo la storia dell’arte, riportando al centro questioni di genere, corpo e rappresentazione. Si tratta di una figura che ha inciso concretamente sul dibattito contemporaneo, anche attraverso mostre e progetti internazionali.
Narrazioni, rappresentazione e potere nella Biennale 2026
Tutte mettono in discussione le narrazioni dominanti e lavorano, in modi diversi, per allargare il campo, includendo ciò che storicamente è stato escluso o marginalizzato. Non siamo ancora abituati a vedere le donne occupare completamente uno spazio di potere, anche simbolico, senza percepirlo come qualcosa di eccezionale. Per decenni, giurie, direzioni artistiche e consigli di amministrazione sono stati composti in larga parte da uomini senza che questo diventasse mai un titolo. A mio parere, questo non toglie nulla al valore della scelta, anzi. Speriamo sia solo una delle tante prime volte.



















































