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Da dove arriva e come si sta evolvendo la Body Positivity

E in che modo media e social network la stanno influenzando

Da dove arriva e come si sta evolvendo la Body Positivity E in che modo media e social network la stanno influenzando

Grasso, peli, ossa, macchie, vitiligine, nei, sangue: mai come oggi il body-positive ha catturato l’attenzione mediatica. La Body Positivity nasce come movimento politico e sociale finalizzato a sfidare i canoni e i pregiudizi della società sui corpi. Le sue origini si intrecciano con la storia delle rivendicazioni degli anni Sessanta sulla fat-acceptance, per combattere le discriminazioni contro le persone grasse e celebrare i corpi plus-size; bruciavano le foto di modelle come Twiggy e anche i libri sulle diete, organizzavano conferenze e seminari nelle scuole. Da attivismo concreto poi una parte della Body Positivity si è trasformata in una vera e propria economia a sé stante, arrivando a coincidere con le foto su Instagram fatte di smagliature glitterate. 

I social hanno enfatizzato il concetto di empowerment e così il movimento body-positive ha avuto una rilevanza particolare. Il corpo, come la sua rappresentazione, è diventato ancora una volta un tema di discussione acceso, anche democraticamente parlando (tutti ne parlano senza essere per forza legati al movimento). Nella nuova Digital Cover N05 di nss magazine, intitolata proprio BODY, si indaga così il legame dell’io fisico e l’io mentale, l’identità sessuale e il significato mediatico della nudità. BODY è anche una delle prime sperimentazioni editoriali in Italia che mette in discussione le linee guida dei social, proponendo un’alternativa anti-censura su OnlyFans, senza concentrarsi solo su corpi femminili, ma ampliando intersezionalmente il discorso. 

'All bodies are beautiful'

Il messaggio body-positive è stato travisato da una retorica che si è concentrata, invece, sulla bellezza. L’idea originale era quella di criticare la società, perché promuove un sistema di valori che determinano quali corpi devono essere considerati belli. Insomma, per dirla nella sostanza: ogni società ha il suo standard di bellezza di riferimento, e questo pesa soprattutto sull’immagine delle donne perché il modello estetico è spesso irraggiungibile. Tutto questo significa che il concetto di bellezza, come il genere, è un costrutto sociale condiviso e variabile: decidiamo noi qui e ora in quanto società che cosa è o non è bello. La Body Positivity, però, non ha mai usato lo slogan all bodies are beautiful perché i corpi non sono di fatto tutti belli, i corpi sono corpi. L’obiettivo era spostare il discorso dalla bellezza alla validità. Tutti i corpi sono validi, questo è il vero mantra

E allo stesso tempo è importante ricordare che essere body-positive non significa romanticizzare l’obesità o altri problemi di salute, né il movimento invita questi corpi ad accettarsi e rimanere tali, contemporaneamente la Body Positivity spinge la società a riconoscere dell’esistenza di quei corpi, che sono validi. Come racconta anche il progetto Belle di Faccia, la Body Positivity non ha niente a che fare con la positività tossica, né con quelle idee di self love e di accettazione a prescindere. Già qui si possono riconoscere due declinazioni del pensiero body-positive: il movimento rivoluzionario che scendeva in piazza negli anni Novanta, e un’altra versione consumistica dettata dagli algoritmi dei social. 

 

Il ruolo dei brand

La versione online che potremmo definire “un po’ fake”, è stata creata dal femminismo liberal sotto l’influenza del pinkwashing, ovvero tutte quelle attività di marketing che usano temi correlati alle donne (femminismo, sex/body-positive ecc.) per ottenere un vantaggio di mercato. Il messaggio però si sta, ovviamente, deviando fino ad arrivare alla situazione paradossale per cui lo stesso movimento Body Positive sta marginalizzando i corpi che prima ne erano al centro. Questo perché nelle pubblicità i brand mostrano comunque dei nuovi standard, stavolta un po’ curvy, ma sempre nuovi standard. Questo avviene anche nelle sfilate, dove marchi di lusso danno sempre più spazio a modell* dai corpi differenti. Eppure, come ha notato Antonio Mancinelli: “quando le persone vanno nelle boutique degli stessi brand per comprare un abito, spesso trovano solo taglie molto piccole”. Finita l’era di Victoria’s Secret, altri brand hanno invece ascoltato queste esigenze aprendosi alla diversità (uno su tutti, Savage x Fenty). 

Ma c’è un’altra questione legata al marketing da analizzare. Negli ultimi giorni sono girati parecchio dei post sponsorizzati di Nike che promuovevano i reggiseni sportivi del brand con la foto di una modella con i peli sotto le scelle. Contemporaneamente, sempre sui social, molte persone si sono mostrate entusiaste della scelta di Nike di utilizzare manichini oversize. Risulta strana la tempistica di questi commenti, dato che le notizie a riguardo risalgono al 2019. I manichini erano utilizzati solo in uno store di Londra, e la polemica su peli e ascelle è solo il prolungamento di questo. Queste scelte "politiche" cosa vogliono comunicare ai consumatori? Ma soprattutto, i brand sono più avanti della società? Le opinioni qui si dividono radicalmente tra chi pensa che le pubblicità possano educare le persone, in un risvolto positivo a livello sociale e culturale, e chi invece le considera solo come azioni di marketing che intercettano un trend in superficie senza problematizzarlo nel concreto. 

 

Il problema della sovraesposizione mediatica 

Che siano rappresentazioni di quelle che venivano chiamate “taglie forti”, o di peli sotto le ascelle, capezzoli, sangue mestruale o oggetti a forme di vulva che cantano, è innegabile che il corpo, quasi esclusivamente quello femminile, sta dominando il panorama mediatico, dalle pubblicità ai titoli scandalistici. Stiamo vivendo una sovraesposizione del corpo inedita, che non ha nessun fine didattico né divulgativo, ma semplicemente consumistico. È il riflesso di una pornografia dell’immagine volta esclusivamente al guadagno e al profitto (che sia di consumo effettivo di prodotti o di click online), senza nessun ragionamento sulla decostruzione dei tabù e degli stereotipi. L'utilizzo nauseante, continuo e soprattutto fuorviante di queste tematiche porta solo a ulteriori polemiche che indeboliscono il movimento. 

Facciamo un esempio concreto, perché in Italia questi sono argomenti molto discussi. Dolce&Gabbana ha scelto Vanessa Incontrada come volto curvy di una nuova campagna social ispirata ai quadri di Rubens (il brand ha anche scritto poco felicemente che la scelta non è casuale, perché “Rubens è stato maestro nel trasmettere morbidezza in ogni dettaglio”). Alla notizia ha fatto seguito poco dopo una polemica relativa al fatto che nella pubblicità per Activia, di cui Incontrada è testimonial, l'attrice si è fatta sostituire nel frame in cui viene inquadrata la pancia, in netta contrapposizione con la volontà di presentarsi come un'icona body-positive. In particolare dopo il grande clamore che suscitò la copertina del numero di Vanity Fair che la ritraeva completamente nuda, questa scelta appare quantomeno contraddittoria. 

Quando si alterano i messaggi e si ergono a modelli da seguire personaggi dello spettacolo che non conoscono effettivamente la storia del movimento Body Positive, si crea soltanto confusione. Principalmente per due motivi. Il primo consiste in un'ignoranza, possiamo anche definirla genuina, di queste persone. Non sono attivist* o studios*, quindi i messaggi che arrivano dalla loro comunicazione e dalle loro dichiarazioni in generale possono risultare incoerenti. In secondo luogo, tornando al caso di Incontrada, se da un lato si nota un’apertura al dialogo sul corpo, dall’altro non si ripensano in toto i prodotti. Spieghiamoci meglio. Per ogni cover che inneggia alla Body Positivity e all’accettazione di sé, “senza giudizi”, all’interno del magazine di turno ci sono decine di pubblicità e articoli sul fitness che parlano di come dimagrire in poche settimane, e che promuovono la diet culture. Sono messaggi antitetici su cui si dovrebbe ragionare, anche per capire se l’operazione del brand (che sia una rivista o un marchio di moda) è un’edulcorazione o una dimostrazione di un valore condiviso. 

Non si può negare che un'apertura dai parte dei media verso questi temi sia una notizia positiva, in particolare se si pensa a tutte le problematiche di accettazione di sé che vivono le/gli/lu adolescenti, ma non c'è quasi mai una traslazione concreta delle grandi dichiarazioni e riflessioni che si fanno. In questo modo, questa narrazione edulcorata da caption di Instagram rischia di rimanere fine a se stessa.