
Il trauma dell'essere socializzate donne è più stratificato (e cute) di quanto pensiate E passa anche dalle immagini carine, in una memificazione del dolore esplorata in Traumacore
Avete presente la, ahimè scomparsa, pagina Mymelodyseilatop? Adesso reincarnatasi in iosonolatop, era una pagina di immagini dei personaggi dell'universo di Hello Kitty con in sovrimpressione delle scritte spaventosamente relatable, empatizzabili e riconoscibili che avevano (e hanno ancora, in verità) il potere di esprimere molto bene cosa vuol dire essere una ragazza o una donna oggi, almeno in superficie. Ecco, è solo un'esempio di un filone molto più ampio di immagini che vengono chiamate cutecore, che hanno molto da dire sulla girlhood contemporanea.
Da Mymelodyseilatop alla performance di un femminismo dissociato e memificato
Ci sono battute sul sentirsi obbligate a perdere peso, sulla mancanza di soldi, sullo stipendio che non arriva, sul senso di non appartenenza, sulla mancanza di concordanza su come ci si sente dentro e come, invece, si è percepite all'esterno. Sulle reference in comune di cultura pop, sui fidanzati e sulle situationship toxic che ti ghostano. Ovviamente, c'è una semplificazione, una schematizzazione isterica che deve fare ridere, perché se ci pensi troppo fa il giro e diventa malinconica. Il meccanismo, però, è chiaro. Sotto sotto il disagio avanza. Qualcosa, tra un pupazzetto rosa e l'altro, emerge. È il disagio (o il trauma, direbbe qualcuno) di essere donna nel mondo prima e su internet poi, è la performance della stanchezza durante la performance, è la paranoia e poi la dissociazione del tardo capitalismo.
Traumacore, saggio ipercontemporaneo sul mondo di oggi, ma in rosa
Lo sostiene Núria Gómez Gabriel in Traumacore - Cronache di una dissociazione femminista, edito da NERO Editions. L'autrice, in questa raccolta di saggi che si sposta senza pause dalla pagina di diario all'autofiction passando per il saggio, teorizza una corrente sotterranea del femminismo contemporaneo che, sclerotizzato dai social media, diventa dissociato, gotico, sinistro. A questo, collega non solo il cutecore, ma anche la crip art, l'hentai, i blog pro-ana, i peep show in webcam. Secondo l'autrice, il femminismo etero-bianco è una trappola, e l'estetica della ferita serve sia a strappare questa trappola, sia è sintomo del nostro malessere al suo interno, e per questo va a comporre una nuova modalità artico-espressiva tutta da esplorare e da esplodere.
Secondo l'autrice, infatti, la dissociazione - caratteristica centrale della condizione delle donne bianche eterosessuali - viene dopo la disperazione. Un femminismo dissociato, dunque, richiederebbe "la creazione di un'etica del disorientamento in un mondo abitato dall'angoscia e dalla disperazione etero-patriarcale che precipita e inciampa su sé stesso". Questa dissociazione deriva - anche - dai social media, dalla vigilanza e dall'autovigilanza, dalla censura e dall'autocensura, in una impossibilità di conformarsi alle aspettative egemoniche.
Una sguardo sul presente ma anche, forse, sul futuro
Il linguaggio è occasionalmente crudo, la bibliografia ampia, la lettura un'esperienza. Sembra di stare sulle montagne russe, e i momento di "urca, che schifo" si mischiano ai momenti di "cavolo, quanto è vero" e a quelli di "non ci avevo pensato in questi termini". Questo libro, che non offre soluzioni assolute ma pone le domande giuste, ha il grande merito non solo di essere molto ma molto contemporaneo, ma anche di offrire una visione del mondo post-social che, seppure a tratti anche negativa e introversa, risulta piena di spunti in una maniera che difficilmente si rintraccia nell'editoria mainstream.



















































