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Qualche mito da sfatare sulla verginità

Il concetto di verginità tra l’Immacolata, “Like A Virgin” di Madonna e le lenzuola appese dopo la prima notte di nozze

Qualche mito da sfatare sulla verginità Il concetto di verginità tra l’Immacolata, “Like A Virgin” di Madonna e le lenzuola appese dopo la prima notte di nozze
“L’Immacolata Concezione” Peter Paul Rubens (1628)
Sulla sinistra “L’Immacolata Concezione” di Peter Paul Rubens (1628), sulla destra “Eva tentata dal serpente” di Giuseppe Bezzuoli (1853)
“Eva tentata dal serpente” Giuseppe Bezzuoli (1853)

Nella cultura occidentale la sessualità femminile è sempre stata utilizzata come strumento di oppressione contro le donne e, in particolare, è stata controllata con il mito della verginità. La verginità è un costrutto sociale che di per sé non significa nulla, è un concetto che abbiamo caricato di significati nel corso dei secoli e, come tale, è stato influenzato dalla cultura di ogni società, dalla morale e, soprattutto, dal credo religioso.

“La verginità è simbolo di purezza”, “non sei più vergine quando si rompe l’imene”, “dopo il primo rapporto esce sangue”, “sei vergine finché non hai un rapporto penetrativo” sono solo alcuni dei falsi miti legati alla disinformazione e ai retaggi patriarcali-sessisti diffusi nella tradizione italiana cattolica. Li ripercorriamo (e sfatiamo) a partire da una figura d’avanguardia, che negli anni Ottanta è stata capace di riprendere il concetto sacro legato alla Vergine per farne un’immagine di liberazione sessuale, Madonna.

Il caso di “Like A Virgin”

Era il 14 settembre del 1984 quando, al Radio City Music Hall di New York, si tenne la prima edizione degli MTV Video Music Awards, dove si esibirono, tra gli altri, David Bowie e Tina Turner; ma la performance che rimase nella testa degli spettatori fu quella di Madonna con Like A Virgin (poi replicata nel 2003 con Britney Spears, Christina Aguilera e Missy Elliott). 

All’epoca Madonna aveva ventisei anni, aveva pubblicato un solo album, e il singolo in questione sarebbe uscito qualche settimana dopo. Immaginatela, è vestita da sposa, corsetto di pizzo, velo e bouquet compresi, piena di collane di perle, orecchini con croci, una cintura con scritto Boy Toy e dei guanti tagliati sulle dita, un po’ Vivienne Westwood un po’ Jean Paul Gaultier. Sul palco c’è una torta nuziale di tre piani, alta più di 5 metri, e mentre Madonna scende, perde una scarpa. In quell’istante il suo manager, Freddy DeMann, pensa che la sua carriera sia terminata, invece, Madonna si butta a terra per recuperarla e simula un orgasmo, trasformando quel disagio nel momento che la consacra.

Dopo due mesi quindi esce il video di "Like A Virgin", diretto da Mary Lambert, che provoca uno scalpore ancora maggiore. Non è di certo un caso che i tradizionalisti e gli antenati dell’odierno “Family Day” provarono a boicottarla, credendo che il singolo incitasse al sesso prematrimoniale: nel video musicale Madonna parte con una barca dal Brooklyn Bridge, arriva a Venezia e gira per la città, con un leone (in carne e ossa) che cammina tra le colonne di Punta della Dogana. Alle scene in gondola si alternano quelle girate a Palazzo Zenobio, con lei vestita da sposa (una mise simile a quella dei VMAs) e, in seguito, viene poggiata su un letto da un uomo che indossa una maschera di leone. Successivamente i due vanno via in gondola vestiti da sera e il video si chiude con lo skyline di New York. 

Il video in questione ci è d’aiuto per introdurre il tema della verginità, perché contiene una serie di livelli simbolici non indifferenti. Senza scomodare Umberto Eco o qualche altro luminare della semiotica, partiamo dalle banalità: abbiamo una cantante che si chiama Madonna, d’origine italiana e di radici cattoliche, che sceglie di intitolare un pezzo Like A Virgin, ma che allo stesso propone un’immagine iper erotica, con continui rimandi alla sessualità. 

Madonna, a modo suo, rappresenta i due archetipi che nei secoli sono sempre stati usati per inquadrare le donne: 

  1. la donna santa, vestita di quel bianco simbolo di purezza, quella che Virginia Woolf ha chiamato “l’angelo del focolare”, che arriva vergine al matrimonio, che aspetta di essere stesa a letto come preda di un marito-leone, dedita alla cura della casa, dei figli e della famiglia;

  2. la poco di buono, che vive la sua sessualità, la esibisce, la esaspera su un palco in diretta tv, quella che gioca con i doppi sensi, e che negli anni Cinquanta lavorava, magari viveva da sola, e non arrivava vergine al matrimonio, forse anche perché non aveva neanche interesse a sposarsi.

Questa dicotomia è ripresa nei vestiti usati nel video, nella tripartizione: outfit casual, alter-ego verginale in vestito da sposa, e vestito nero finale che simboleggia la “perdita” della verginità. Gli ossimori però ritornano anche a livello narrativo, pensiamo già solo alle allegorie del leone, che sì è l’emblema di San Marco e della città di Venezia (ed è anche il segno zodiacale di mademoiselle Ciccone) ma allo stesso tempo richiama anche un lato animalesco, e di conseguenza i desideri carnali, e un lato predatorio (la preda dell’uomo di cui sopra).

© Madonna / Steven Meisel

La vergine per eccellenza

Nel 1990 Madonna raccoglie in un album 15 delle sue hits (contenente ovviamente Like A Virgin ma anche la controversa Like A Prayer), a cui aggiunge due inediti, e intitola la raccolta The Immaculate Collection, un’evidente e provocatoria ripresa del dogma cattolico dell’Immacolata Concezione (in inglese the immaculate conception). Quest’ultimo è stato proclamato l’8 dicembre 1854 da Papa Pio IX e sancisce che Maria di Nazareth, madre di Gesù, è nata senza peccato e significa che è, appunto, immacolata, esente dal peccato originale. Tutto ciò incrementa l’idea cattolica per cui la Madonna è il simbolo estremo dell’incontaminazione terrena, infatti è definita “senza macchia”. La Madonna, inoltre, è l’emblema della purezza e il cristianesimo ha proposto un nuovo modello di femminilità basato proprio sulla verità di fede della "verginità perpetua". Riprendendo i due soliti archetipi, da un lato quindi abbiamo Maria, la santa, sposa, madre e vergine passiva, il cui obiettivo è la procreazione; dall’altro lato abbiamo Eva, la peccatrice che mangia il frutto proibito, che tradisce la fiducia dell’uomo di cui è propaggine, che si allontana attivamente da Dio. Eva è colei da cui derivano tutte le donne, Maria è colei a cui tutte le donne devono aspirare.

 

Come specifica Eleonora Casale in Vergine, madre e sposa (estratto di aprile 2020 della newsletter Ghinea), quando si analizzano i due archetipi lo scopo non è quello di attaccare la fede cristiana né i relativi fedeli, ma analizzare i modelli simbolici che ne derivano perché «la struttura sociale e normativa derivata dalla religione non è quasi mai aderente al credo originario». Abbiamo due figure in contrapposizione che hanno segnato l’intera cultura occidentale, alimentando gli stereotipi di genere e rivestendo la sessualità femminile di negatività: Eva si fa abbindolare dal serpente, Maria quel serpente lo schiaccia con il piede (ed è impossibile non vederci un’allusione sessuale).

“L’Immacolata Concezione” Peter Paul Rubens (1628)
“Eva tentata dal serpente” Giuseppe Bezzuoli (1853)
Sulla sinistra “L’Immacolata Concezione” di Peter Paul Rubens (1628), sulla destra “Eva tentata dal serpente” di Giuseppe Bezzuoli (1853)

Dopo aver fatto questa premessa corposa, tra pop culture, cristianesimo e gender theory, ripercorriamo i miti più comuni sulla verginità che ancora oggi, nel 2021, abbiamo la necessità di sfatare.  

“La verginità è simbolo di purezza”

Il valore che assegniamo alla verginità è circostanziale e, come abbiamo visto prima, la normativa cristiana ha concorso ad alimentare questa idea di purezza e di virtù, determinando un double standard. A questo discorso infatti si lega e si contrappone quindi lo slut-shaming, termine che si usa per definire il giudizio nei confronti di una persona (tendenzialmente di una donna) quando le sue abitudini, i suoi comportamenti e i suoi desideri sessuali si discostano dalle aspettative sociali. È sempre il solito ritornello santa-puttana, che si declina costantemente in relazione allo sguardo maschile. Non è che una donna ‘è’ una cosa o l’altra, ma ‘è vista’ di qua o di là.

“Non sei più vergine quando si rompe l’imene”

Su questo punto c’è in gioco uno degli anatomical myths (ovvero miti che riguardano componenti anatomiche) citato nel TEDTalk The Virginity Fraud, di Nina Dølvik Brochmann & Ellen Støkken Dahl: l’imene (l’altro è il sangue, ci arriviamo dopo).

L’imene non è una membrana che ricopre totalmente l’apertura vaginale (anche perché se no come uscirebbe il sangue mestruale?). La pensiamo così anche a causa della sua etimologia, perché in greco υμὴν, hymēn indica la pelle, ma anche proprio una membrana. L’imene in realtà è un ripiegamento di tessuti che presenta aperture, forme e colori diversi da persona a persona. Se dovessimo immaginarcelo diremmo che è fatto più come uno scrunchie, estremamente elastico, e infatti si sta cercando di chiamarlo corona vaginale. Si trova nel primo tratto della vagina (a 1-2cm dall’apertura), e la scienza fa ancora fatica a capire la sua reale funzione. Quello che sappiamo con certezza è che non è garanzia di verginità, non è un sigillo che si rompe (anzi si può anche riformare), quanto piuttosto subisce delle piccole lacerazioni (lasciando i lobuli imenali) e questo può succedere anche durante visite ginecologiche, a causa di attività sportive, di sforzi o anche per i tamponi interni.

“Dopo il primo rapporto esce sangue”

Il controllo della sessualità femminile passa anche tramite la falsa credenza per cui si debba necessariamente sanguinare dopo il primo rapporto. In un passato neanche troppo lontano, in molti paesini italiani dopo la prima notte di nozze si usava esporre le lenzuola macchiate di sangue sul balcone, affinché chiunque potesse comprovare la virtù della sposa. L’idea è sempre quella per cui le vergini sanguinano e gli imeni sono persi per sempre. L’imene non si perde, e fin qui ci siamo, ma si lacera pian piano in maniera diversa in base alla sua conformazione. In ogni caso non è la lacerazione in sé a causare la perdita di sangue (a meno che non si tratti di un tessuto particolarmente spesso, o di un imene imperforato, che in caso dev’essere operato, e si tratta di 1 caso su 1000), ma è una questione che riguarda tutti i muscoli perineali per cui, se una persona è tesa durante il primo rapporto penetrativo, è possibile che ci sia una lieve perdita di sangue per sfregamento di tessuti, mancanza di lubrificazione e così via. In più, il fatto che si sia diffusa l’idea per cui “la prima volta fa male”, le ragazze tendono a essere ancora più agitate e tese, rendendo sì la penetrazione dolorosa (ma rimane comunque un’esperienza del tutto individuale). In ogni caso la maggioranza non sanguina dopo il primo rapporto.

“Sei vergine finché non hai un rapporto penetrativo”

Una persona vergine è una persona che non ha ancora avuto esperienze sessuali. Se questa però ha già esplorato il suo piacere tramite l’autoerotismo, magari con una stimolazione esclusivamente esterna, o mettiamo pure che abbia capito di rientrare nello spettro asessuale, perché dovrebbe essere ancora vergine? Dobbiamo smettere di considerare il sesso penetrativo, e ancora di più le pratiche PIV (penis-in-vagina), come unica forma di sesso valida a determinare lo status di verginità. Si tratta di un retaggio eteronormativo e fortemente maschilista, che non fa minimamente i conti con l’ampio spettro di esperienze LGBTQIA+ e invalida ogni altra forma di atto e conoscenza sessuale.

 

Quindi in sostanza quando si è vergini e quando no? Dipende dalle esperienze, dalla sensibilità e dall’attitudine della singola persona. Ognuno lo è a modo suo, e così non ha più senso considerare la verginità come una linea di demarcazione tra innocenza e colpevolezza. Non ci è utile pensare la verginità come qualcosa che si perde, piuttosto dovremmo vederla come la base di partenza: sia nel nostro viaggio di scoperta della sessualità sia nell’acquisizione di maggior consapevolezza. Amen, anzi, Hymen.