
Si parla ancora troppo poco dei prodotti mestruali Di recente ci sono state evoluzioni nel modo in cui vengono testati, lo sapevate?
È difficile trovare un’esperienza più universale e allo stesso tempo più individuale del ciclo mestruale. Non solo perché varia da persona a persona, ma perché è difficile da misurare, standardizzare, tradurre in dati. E quando qualcosa non è misurabile, spesso smette di esistere anche a livello sistemico: senza parametri oggettivi, diventa complicato stabilire cosa sia un flusso "normale", quando un sanguinamento sia eccessivo, quando il dolore meriti attenzione clinica. La conseguenza è concreta: meno diagnosi, meno riconoscimento medico, meno tutele sul lavoro. Ciò che non è quantificabile, difficilmente si può rivendicare o normare. Un gap che pesa sulla vita quotidiana di molte più donne di quanto si possa immaginare.
La storia dei prodotti mestruali: da una scoperta accidentale ai nuovi test
Il modo stesso in cui gestiamo il ciclo è sempre stato il risultato di adattamenti più che di una progettazione mirata. I primi assorbenti moderni nascono infatti da un contesto tutt’altro che femminile: durante la Prima Guerra Mondiale, le infermiere iniziarono a utilizzare le garze in cellulosa impiegate per medicare le ferite dei soldati anche per assorbire il sangue mestruale. Un’invenzione nata per necessità, derivata da materiali pensati per tutt’altro corpo e scopo. Da allora, l’evoluzione dei prodotti è stata costante, ma non sempre accompagnata da una comprensione altrettanto rigorosa del fenomeno che avrebbero dovuto gestire.
La storia recente della ricerca lo dimostra in modo evidente. Assorbenti, tamponi e dispositivi interni esistono da circa un secolo, eppure solo nel 2023 uno studio ha iniziato a testarli utilizzando sangue reale, invece delle soluzioni saline impiegate fino a quel momento. Non è un dettaglio tecnico: il sangue mestruale ha una viscosità e una composizione completamente diverse. Cambia il modo in cui viene assorbito, distribuito e trattenuto. Cambiano, quindi, anche le prestazioni dei prodotti pensati per contenerlo. Per ovvi motivi, per anni l’attenzione si è concentrata più sulla sicurezza che sull’accuratezza. Negli anni Ottanta, per esempio, si registrò un’impennata dei casi di Sindrome da shock tossico legati all’uso di tamponi ad alta assorbenza, portando a una revisione urgente dei materiali e delle linee guida. Ma quella crisi sanitaria, pur fondamentale, non ha portato a una comprensione più precisa del ciclo in sé: ha reso i prodotti più sicuri, non necessariamente più aderenti alla realtà biologica che dovevano gestire.
Il gender data gap verrà mai colmato?
Le conseguenze non riguardano solo l’efficacia dei prodotti, riguardano il modo in cui il ciclo mestruale viene conosciuto. O, più precisamente, non conosciuto. Se gli strumenti con cui misuri un fenomeno sono imprecisi, anche i dati che ne derivano lo saranno. E se i dati sono fragili, tutto il resto vacilla: dalle linee guida mediche alla percezione individuale di ciò che è "normale". In questo senso, il caso dei prodotti mestruali è un esempio concreto di quello che Caroline Criado Perez definisce nel suo saggio Invisibili come gender data gap. Negli ultimi anni, qualcosa si sta muovendo. Al CES 2026, ad esempio, è stato presentato FlowPad, un prototipo di assorbente "intelligente" in grado di analizzare il sangue mestruale per monitorare parametri ormonali e segnalare eventuali anomalie. È un esempio di come il femtech stia cercando di trasformare il ciclo da evento invisibile a fonte di dati. Ma resta una domanda: che valore hanno queste innovazioni se la base scientifica su cui si costruiscono è stata, fino a pochissimo tempo fa, così fragile?
Il marketing dei prodotti mestruali
Nel frattempo, il mercato dei prodotti mestruali si è ampliato. Accanto ai dispositivi tradizionali esistono coppette, dischi, mutande assorbenti, soluzioni riutilizzabili e ibride. Eppure la loro diffusione è ancora limitata, e la conoscenza generale sorprendentemente bassa. Il marketing oscilla tra due estremi: da un lato un’estetica che continua a evitare qualsiasi rappresentazione realistica del sangue, dall’altro una comunicazione pseudo-empowerment che spesso scivola nel paternalismo. Non è un caso che la parola "period" (mestruazioni, in inglese) sia stata pronunciata per la prima volta in televisione solo nel 1985, in uno spot Tampax con protagonista Courteney Cox. Non è passato poi così tanto tempo; e questo ritardo culturale si riflette ancora oggi nel modo in cui il ciclo viene raccontato, rappresentato e studiato.
Riconoscere le infrastrutture invisibili
Parlare di discriminazione, allora, significa spostare il discorso. Non si tratta solo di stigma o di tabù, ma di infrastrutture invisibili: di dati mancanti, protocolli incompleti, standard mai definiti. Finché il ciclo resta difficile da misurare, resta anche difficile da riconoscere. E finché resta difficile da riconoscere, continuerà a essere trattato come una questione privata, individuale e quasi opzionale. Come se ogni mese le donne potessero scegliere o meno di avere le mestruazioni. Il punto, qui, non è semplicemente "rompere il tabù". È costruire strumenti migliori per osservare ciò che esiste già. Perché finché il sangue resta un’astrazione - semplificata, o sostituibile - anche tutto il resto continuerà a esserlo. Tranne l’impatto che ha sulla vita delle donne; quello no.





















































