
"Il mio punto di vista è universale, non femminile" Intervista alla scrittrice esordiente Alessandra Castellazzi, autrice di "La radura"
C’è un’estate sospesa, immobile e carica di presagi, al centro dell’esordio di Alessandra Castellazzi: una pianura attraversata dall’Adda, una comunità segnata dalla perdita e una ragazzina che impara a leggere segnali invisibili agli altri. Nel suo primo romanzo, che si intitola La radura, l’autrice intreccia lutto, crescita e inquietudine ambientale in una storia che oscilla tra new weird e climate fiction, seguendo Viola alla ricerca della sorella scomparsa in un paesaggio che sembra trasformarsi sotto i suoi occhi. Traduttrice e editor con una lunga esperienza, da Maggie Nelson a Olivia Laing, Castellazzi porta nella narrativa uno sguardo preciso e sensibile, capace di tenere insieme intimità e perturbante. In questa intervista ci racconta la genesi del libro, il rapporto tra provincia e inquitudine e cosa significa esordire oggi con una storia così delicata e misteriosa.
Intervista ad Alessandra Castellazzi sul suo primo romanzo, La radura
La radura racconta la storia di Viola e della scomparsa di sua sorella. Quando e perché è nata questa storia?
Sono partita dalla pianura. Ho sempre percepito la pianura come un ambiente misterioso, che nasconde più di quanto rivela. Può sembrare controintuitivo, dato che l’orizzonte è piatto e aperto, ma proprio la mancanza di un punto di elevazione, che permetta di osservare dall’alto e avere una visione d’insieme, toglie ogni appiglio. Poi era l’estate del 2022, una delle più siccitose degli ultimi anni, con il fiume Po ai minimi storici, che ritirandosi lasciava affiorare i resti nascosti sul fondale. La scomparsa della sorella di Viola, il motore dell’azione nel romanzo, ha iniziato a mescolarsi nella scrittura ad altre scomparse, naturali, del paesaggio.
Quanto la tua esperienza personale e i luoghi che conosci hanno influenzato la scelta della piccola città sull’Adda come ambientazione?
Tanto. Sono cresciuta in un paese sull’Adda e per me il fiume è sempre stato una presenza costante; il termometro delle stagioni, del passare del tempo. Si ingrossa, si assottiglia, può essere placido o minaccioso. Anche in un ambiente urbanizzato e antropizzato come la pianura padana, poi, il fiume non è mai davvero addomesticabile. Per quanto costruisci argini e dighe, quando l’acqua è troppa è troppa, esonda. E il fiume è un ecosistema a parte anche a livello sociale: è vicino al paese ma non dentro il paese. È il posto dell’estate, della giovinezza, ma proprio perché staccato dall’abitato conserva anche qualcosa di inafferrabile. Sotto la superficie ci sono i mulinelli, le correnti. Viola è una giovane protagonista femminile che osserva e interpreta il mondo intorno a sé.
Quanto era importante per te dare voce a un punto di vista femminile così centrale?
Mi interessava quell’età in cui non sei né una cosa né l’altra, né bambina né adolescente. In cui le convinzioni assolute dell’infanzia si sono ormai sfilacciate e la relazione con il mondo ha preso dei binari più canonici, razionali se vuoi, ma c’è ancora un certo andirivieni tra i due stati: un momento credi ciecamente nei tuoi castelli di fantasie, ti affidi totalmente al pensiero magico, quello dopo no. Questa altalena tra diverse modalità di comprensione era centrale nel rapporto con la radura.
Lo definiresti un romanzo al femminile e con un punto di vista prettamente femminile? Perché?
No. Quello che ho cercato di fare è stato anzi allontanarmi da un punto di vista solo "umano", rendendo la radura il centro del racconto, del mistero con cui la protagonista interagisce. Poi certo, se penso alle mie influenze ci sono molte scrittrici, diversi romanzi e film con al centro delle donne, persino l’esperienza delle mistiche. Però vorrei uscire da questa logica di genere. Non per forza se la persona che scrive il romanzo è una donna e la protagonista è una donna, una ragazza, una bambina, il punto di vista è femminile. Quando in tutte quelle caselle ci metti un uomo, si dà per scontato che il punto di vista sia universale, non maschile. Perché dovrebbe essere altrimenti per una donna? In ogni romanzo metti in conto che troverai un punto di vista; e naturalmente il punto di vista è condizionato dall’esperienza di mondo che fa la persona che scrive, ma non si limita a quello.
Pensi che la letteratura italiana contemporanea dia oggi sufficiente spazio a storie e voci femminili?
Penso sia un bel momento, in cui stanno uscendo libri molti vari, sia romanzi che saggi. Con toni diversi, seri, giocosi, impegnati, dissacranti. Mi viene in mente Non scrivere di me di Veronica Raimo, Missitalia di Claudia Durastanti, Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, Tangerinn di Emanuela Anechoum, L’ultima acqua di Chiara Barzini sull’acquedotto costruito da Mulholland che ha portato l’acqua a Los Angeles; Giulia Scomazzon con il suo romanzo veneto; i racconti porno-weird di Alice Scornajenghi; i saggi di Sofia Torre, Sandra Cane, Sara Marzullo; la fantascienza di Nicoletta Vallorani e la critica letteraria di Sara De Simone. Ne sto dimenticando mille, però mi sembra che ci sia una bella varietà di voci e libertà di spaziare. Sono curiosa di quello che verrà.
Come vedi oggi la letteratura contemporanea italiana, in particolare per quanto riguarda i giovani lettori e i generi più sperimentali?
È un dibattito che periodicamente rispunta, quello del romanzo contemporaneo e di che cosa debba fare. Io non penso che per raccontare il presente un romanzo debba per forza rispecchiare la realtà a uno a uno. Per me un romanzo parla del presente quando coglie certe ansie, inquietudini, certi dilemmi o desideri o presenze che permeano le nostre giornate. Quando è un’antenna, insomma. E quello che raccoglie poi prova a incanalarlo. Anche cambiandolo, trasponendolo, camuffandolo… Ritieni che ci sia spazio per il weird, il mistero e la climate fiction nella narrativa italiana o sono ancora territori poco esplorati? C’è una forte vena di weird nella letteratura italiana, che contamina altri generi più tradizionali, anche dove non te l’aspetti. Prendi Michele Mari. In Leggenda privata, uno dei suoi libri “più normali” se vuoi, l’autobiografia in cui racconta di suo padre Enzo, il designer, e quindi la cosa più realistica che ti aspetteresti, la narrazione è intercalata dalla lotta di Mari contro i propri demoni – e non sono demoni per modo di dire, ma esseri che spuntano nella sua stanza di notte e lo pungolano, lo tormentano, sono i suoi aguzzini. C’è una lunga tradizione di questo tipo di narrativa, in Italia, Anna Maria Ortese, Wilcock (che era argentino ma divenne praticamente italiano), Buzzati… Se ci pensi già L’Orlando furioso era un viaggione. Adesso poi stanno arrivando diversi influssi di stranezza anche dalla narrativa straniera, e non solo anglosassone. Autrici giapponesi come Murata Sayaka; la collana Asia di Add pubblica dei titoli bellissimi; e anche Zona 42, una piccola casa editrice specializzata in fantascienza.
La provincia, con i suoi ritmi e le sue piccole comunità, diventa quasi un personaggio del libro. Che cosa ti affascina di questo microcosmo?
Mi piaceva l’idea di rappresentare un mondo canonicamente chiuso, con dei ritmi precisi, delle certezze incrollabili. Un po’ perché a livello narrativo preferivo avere pochi elementi che tornassero in modo martellante, ossessivo, un po’ perché in un universo così circoscritto l’irruzione di qualcosa di estraneo, potente e inspiegabile è più esplosiva. Può aprire varchi, seminare distruzione, ma anche spalancare possibilità. O essere soffocato e normalizzato in fretta per quieto vivere.
Percepisci un’attenzione nuova al tema della provincia italiana, in generale? Penso a Le città di pianura o a Crocevia di Punti Morti di Matteo Grilli
Mi sembra che ci sia una nuova attenzione per la provincia al di fuori della cartolina, della vita lenta, dei borghi, delle cittadine pittoresche e dei gialli di provincia che pure non sono mai passati di moda. Le città di pianura l’ho visto due volte perché mi è piaciuto tantissimo, ha una dolcezza e spietatezza che sfumano continuamente l’una nell’altra, come il ronzio costante del traffico in sottofondo. Matteo Grilli è un amico, il suo Pagliare è un posto mitico, una versione ancora più marcia della Derry di King – so che entrambi siamo fan di Stephen King. Poi, come nel suo caso, io non volevo fare un ritratto pienamente realistico della provincia, ma accentuarne degli aspetti. Lui lavora sull’esasperazione, lavora molto sulla lingua. A me piaceva l’idea di esagerare certe atmosfere, trasporre il gotico americano sulla pianura padana: i campi di grano che diventano infiniti, l’isolamento, l’impermeabilità del posto. A metà tra gli horror di Ti West e il dipinto di Grant Wood.
Quali sono i libri o gli autori che ti hanno ispirata mentre scrivevi La radura?
Le ispirazioni si sono stratificate nel tempo. Mariana Enriquez, una scrittrice argentina che ha preso l’orrore classico, freddo e invernale, e ne ha creata una sua versione personale, calda e urbana, è stata un modello. Shirley Jackson è una delle mie scrittrici preferite. Poi Picnic a Hanging Rock di Peter Weir, un film in cui è centrale il rapporto tra sparizione e paesaggio. Restando sui film, Alice Rohrwacher. E artiste visive, in particolare Ana Mendieta con la serie Siluetas.
Che consigli daresti a chi vuole cimentarsi nella scrittura di narrativa giovane-adulta, soprattutto con toni misteriosi e sperimentali?
Seguire le proprie inquietudini e vedere dove portano.



















































