Intervista ad Ambra Zega, attivista transfemminista per la disability justice “Credo che si parli di disabilità solo per qualche settimana all’anno e poi si torni a ignorare i problemi concreti che le persone affrontano ogni giorno”

Luglio è il Disability Pride Month e abbiamo voluto parlare con chi queste discriminazioni le vive sulla propria pelle, ma soprattutto le combatte ogni giorno. Abbiamo intervistato Ambra Zega, giovane attivista sorda impegnata sui temi dell’accessibilità, della vita indipendente e della giustizia sociale, per parlare di diritti, inclusione e del futuro delle lotte per le persone con disabilità.

L'intervista ad Ambra Zega

Ci racconti un po’ di te? Quando ti sei avvicinata all’attivismo? E pensi che oggi l’attivismo sia davvero accessibile?

Sono una giovane donna sorda della provincia romana che crede profondamente nella lotta intersezionale (a trentatré anni si è giovani? Sì, ci credo!). Ho maturato questa consapevolezza lavorando in un centro occupazionale per persone disabili in Spagna e poi nel servizio civile per l’Unione Italiana Ciechi. In quelle esperienze ho visto come le persone disabili socializzate come donne e/o queer vivessero una doppia o anche tripla discriminazione. Ho iniziato a praticare attivismo mettendo a disposizione le mie risorse e le mie competenze per favorire accessibilità, indipendenza e partecipazione. Prima del 2022 desideravo portare il mio contributo nelle istanze transfemministe in Italia, ma non sapevo bene come. Quando ho letto l’appello di alcune attiviste disabili per rendere i movimenti e le manifestazioni femministe più accessibili, mi sono fatta avanti con una realtà transfemminista per offrire il mio supporto sull’organizzazione dell’accessibilità e ho trovato ascolto e collaborazione. Grazie a Non Una Di Meno Roma. Allo stesso tempo ho collaborato con il collettivo Disability Pride Network sulla sensibilizzazione al diritto alla vita indipendente delle persone disabili. In generale, mi interessano tutte quelle battaglie che rendono la società più giusta e meno costruita intorno all’idea di un essere umano “standard”, che continuo a sospettare non esista. Credo che oggi l’attivismo sia più accessibile sotto alcuni aspetti: i social media permettono a molte persone di informarsi, organizzarsi e trovare comunità. Allo stesso tempo, però, esistono ancora molte barriere fisiche, economiche, comunicative e culturali. Troppo spesso si dà per scontato che tutti abbiano le stesse energie, le stesse possibilità di spostarsi, di partecipare a una riunione serale o di sostenere ritmi molto intensi. Un attivismo davvero accessibile dovrebbe chiedersi non solo chi è presente, ma soprattutto chi manca e perché manca. L’accessibilità non significa invitare tutti: significa mettere tutte le persone nelle condizioni di poter partecipare davvero. Sono due cose molto diverse.

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Cambiare l'approccio alla Disability Justice

Cosa cambieresti dell’attuale approccio all’accessibilità?

Cambierei il fatto che troppo spesso l’accessibilità viene affrontata come una questione tecnica invece che politica. Non basta costruire una rampa o mettere dei sottotitoli se poi le persone disabili continuano a essere escluse dai processi decisionali. L’accessibilità non riguarda solo l’ingresso a un edificio: riguarda la possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e politica. Vorrei vedere più persone disabili e neurodivergenti nei luoghi dove si prendono le decisioni. Vorrei che una progettazione che preveda fin dall’inizio accessibilità e partecipazione per tutte le persone diventasse la normalità, non qualcosa da aggiungere all’ultimo momento.

Il racconto della disabilità in Italia

Luglio è il Disability Pride Month. Come pensi che venga trattato il tema della disabilità in Italia?

Credo che si parli di disabilità solo per qualche settimana all’anno e poi si torni a ignorare i problemi concreti che le persone affrontano ogni giorno: l’accessibilità degli spazi, il diritto allo studio, il lavoro, la mobilità, la vita indipendente. Quando si parla di questo tema, spesso lo si fa con toni pietistici, spettacolarizzanti o attraverso quella che viene definita inspiration porn: racconti che trasformano le persone disabili in esempi di coraggio individuale invece di interrogarsi sulle barriere sociali. In Italia si parla ancora troppo di disabilità come di una storia personale da applaudire. Amiamo raccontare “l’eroe o l'eroina che ce l’ha fatta nonostante tutto”, ma non ci chiediamo perché quel “nonostante tutto” esista ancora. Spesso si parla di accessibilità come se fosse una concessione e non un diritto.

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Abilismo, produttività e barriere culturali

Qual è secondo te il pregiudizio più radicato che impedisce un vero cambiamento culturale?

Ciò che ostacola un vero cambiamento culturale e sociale è la tendenza, di stampo capitalista, a valutare le persone in base alla loro produttività e alla loro performatività. Chi esce da questo modello viene spesso percepito come meno degno. Se l’idea che una persona valga quanto produce è radicata, allora c’è qualcosa che non funziona molto prima ancora di parlare di disabilità. La società continua a misurare il valore umano attraverso la produttività, ma il valore delle persone non dovrebbe dipendere da quanto producono.

Il futuro delle lotte intersezionali

Se tra dieci anni dovessimo rifare questa intervista, cosa vorresti poter dire che è finalmente cambiato? E cosa temi invece che sia rimasto identico?

Spero che tra dieci anni questa domanda ci faccia sorridere perché avremo finalmente capito una cosa: la disabilità non è una bolla separata dal resto del mondo. Se la sanità pubblica viene smantellata, le prime persone a pagarne il prezzo sono spesso quelle con maggiori bisogni di cura e assistenza. Se protesi e ausili diventano sempre più costosi o difficili da ottenere, non stiamo parlando di un problema di nicchia: stiamo decidendo chi abbia diritto a una vita dignitosa e chi no. Se continuiamo a distruggere l’ambiente e ad alimentare la crisi climatica, aumenteranno fragilità e disuguaglianze. Se investiamo miliardi nelle armi mentre tagliamo welfare, scuola e sanità, qualcuno ci guadagna, ma sicuramente non le persone. È paradossale: da una parte si riducono le risorse per garantire diritti e autonomia alle persone disabili, dall’altra si finanziano politiche che continueranno a produrre nuove disabilità e fragilità sociali attraverso guerre e mancanza di accesso alla sanità. Immagino che la lotta sarà sempre più intersezionale: le battaglie per la pace, per la giustizia climatica, per una sanità pubblica universale, contro il patriarcato, contro l’omolesbobitransfobia, il colonialismo, il razzismo, l’abilismo e contro un modello economico che concentra ricchezza e potere nelle mani di pochi non sono battaglie separate. Se continueremo a dividerle, vincerà chi trae profitto dalle nostre divisioni. Se invece riusciremo a riconoscere che le discriminazioni hanno radici comuni e che i diritti si difendono insieme, potremo costruire una comunità più consapevole, femminista e queer, capace di mettere al centro la cura invece della competizione, la vita invece della violenza, le persone invece dei profitti.

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