
Monster non è solo la storia di Lizzie Borden, ma della rabbia femminile attraverso i secoli La quarta stagione è disponibile su Netflix
Alla sua quarta stagione, la serie antologica Monster ha deciso di dedicarsi alla sua prima protagonista femminile. Un cambio di passo necessario se si vuole mantenere vivo l’interesse intorno alla serie, cercando di offrire sguardi inediti e non ripetendo se stessa, optando per trovate originali che possano stuzzicare il pubblico. L’implicazione di una protagonista, però, si porta dietro degli assunti e dei bagagli che non possono raccontare, come nel caso dei personaggi maschili, solo la storia di un’unica persona, bensì un retaggio insito nel DNA storico del genere femminile.
Lizzie Borden e le origini della rabbia femminile
Non a caso l’assassina scelta è Lizzie Borden, vissuta a cavallo tra il XIX e il XX secolo, una figura il cui presunto, ma plausibile omicidio di cui è stata accusata porta con sé ragioni legate alla condizione familiare e di possibilità stringenti in cui riversava. Una repressione che, è inevitabile, fuoriesce con una rabbia che nel genere femminile viene trasmessa di generazioni in generazioni, andando da un passato che può diventare anche mitologico, come quello della contessa sanguinaria di cui Lizzie legge la storia, fino alla vicenda più contemporanea di Aileen Wuornos (il film del 2003 a lei dedicato portava come titolo proprio Monster, non a caso).
Quando la mostruosità diventa una storia al femminile
La mostruosità cambia perciò paradigma nella quarta stagione della serie antologica creata da Ian Brennan e Ryan Murphy. Mostruoso non è più solo l’animo deviato di chi commette atti illeciti e impuri, nonostante lo show abbia cercato sempre di contestualizzare la provenienza delle violenze, tirandosi dietro anche diverse critiche soprattutto con la prima stagione dedicata a Jeffrey Dahmer. La storia di Lizzie Borden diventa quindi un patchwork che mette insieme l’esistenza di varie donne che confluiscono nella figura della protagonista, come a dimostrazione che c’è un filo comune che unisce un femminile che ha subito reiteratamente delle brutalità a cui vuole ora opporsi. Il desiderio è di reagire contro le convenzioni che richiedono compostezza e silenzio, pratiche a cui non si sottopone la domestica interpretata da Vicky Krieps nella serie.
Bridget Sullivan, la donna emancipata
Addetta a servire e riverire la casa dei Borden, Bridget Sullivan entra come un elemento di rottura all’interno delle regole stabilite nella famiglia, che sono poi le stesse che per una donna si presentavano (e forse si presentano oggi) anche nel mondo al di fuori. Decisa ma mai scortese, rigida nelle sue idee e non per questo maleducata, la domestica non si sottoporrà al trattamento della vergogna e del disprezzo che tanto si riteneva normale applicare nei confronti di una donna, ancor più se di rango ritenuto inferiore. Le sue conoscenze, il saper muoversi nella società e l’aver sviluppato una consapevolezza della propria indipendenza che, inevitabilmente, passa anche da un fattore economico, fanno di Bridget l’esempio di donna emancipata che non può che sconvolgere la quotidianità umiliante e detestabile condotta da Lizzie. La ragazza non solo è ritenuta inadatta a prendere marito, ma viene continuamente insultata per il proprio aspetto, per la presunta mancanza di acume, venendo considerata e perciò trattata dal padre e dalla matrigna come “una stupida”.
“Non sono stupida”: il risveglio di Lizzie
“Io non sono stupida”, dice Lizzie a Bridget. Una cognizione di se stessa che non aveva però mai avuto la fiamma giusta per accendersi e cercare di dare un cambio alla propria situazione. L’incontro con la domestica, romanzato e di cui viene accentuato il lato queer ipotizzato nella storia vera, è la presa di coscienza definitiva sul fatto che non fosse lei ad essere sbagliata, che non era colpa di Lizzie se la famiglia la teneva in così misera considerazione. Apprendere che una donna poteva parlare, esprimere opinioni, che doveva sapersi mantenere e che i soldi erano un modo per raggiungere uno stato di libertà per tanti anni insperato, ha portato la giovane al più deplorevole dei gesti. Ma le attenuanti sono fondamentali per Monster e nella vicenda di Borden più che mai.
Sangue, violenza e secoli di sofferenza femminile
Non c’è ovviamente giustificazione negli omicidi commessi dalla donna. Il suo senso di colpa, esplorato negli episodi, non può essere assecondato, così come non si può patteggiare per Aileen Wuornos. Ciò che però fa Monster - intrecciando le tre linee narrative con Lizzie Borden al centro e andando indietro alla leggenda della contessa Erzsébet Báthory e in avanti alla vicenda di Wuornos - è fare del sangue un filo conduttore che tramite la violenza racconta cosa le donne hanno dovuto attraversare per secoli. L’abuso della contessa ha ricadute sulla sua psiche e così riverbera anche nella sofferenza di Lizzie e negli stupri subiti da Aileen Wuornos. Tutto ciò che è stato sopportato in quanto donna ha un peso in questo racconto che vuole ricondurre all’origine di una rabbia femminile causata spesso non dal semplice sadismo, ma da un contorno da cui solo opponendosi si poteva raggiungere un po’ di pace.
Monster e la possibilità di libertà per le donne
Che Borden, Báthory e Wuornos non vengano quindi prese ad esempio, ma attraverso Monster possano essere vascelli per traghettare lo stato in cui riversava e versa ancora oggi la donna. Che siano espressione di una auto-difesa o di una rivalsa che non comprendano più asce o pistole, ma si armi di una consapevolezza maggiore e tempestiva che anticipi la violenza così da poter essere libere in tutto e per tutto.
























































