La nostra adolescenza era brutta, ma forse è stato meglio così Acne, capelli sbagliati, foto senza filtri e figuracce destinate a durare solo un momento

Una cosa su cui tutti i miei coetanei, quelli nati negli anni ’90, sono d’accordo è che gli adolescenti di oggi sono molto più belli di quanto non lo fossimo noi alla loro età. Sono più attenti all’estetica, consapevoli, alla moda. Sanno come vestirsi, come truccarsi per valorizzare i pregi e nascondere i difetti. C’è una sorta di pudore malinconico fra chi è nato prima (o a cavallo) del nuovo millennio. Ricordiamo gli anni delle medie e delle superiori come gli anni dell’acne, dei vestiti sciatti, dei tagli di capelli improponibili e del trucco troppo scuro, troppo pesante, troppo poco sfumato. Erano gli anni in cui sperimentavamo e i risultati erano quasi sempre fallimentari. Creavamo interi album di foto su Facebook dopo una serata passata a casa di un amico a bere birre di nascosto, pubblicando tutte le immagini scattate senza neanche controllarle. Ci ricordiamo brutti ma con grande tenerezza (salvo il bullismo occasionale).

L’adolescenza prima della performance

Questo perché abbiamo avuto la possibilità di essere adolescenti senza pretese. Potevamo adolescere vivendo appieno i drammi dell’età, senza però aggiungere un velo di performance alle nostre giornate. Non vuol dire che non ci importasse del giudizio altrui, ci importava eccome. Avevamo paura di essere ridicoli, di vestirci nel modo sbagliato, di dire qualcosa di imbarazzante davanti alla persona che ci piaceva. Ma sapevamo che una parte consistente di quelle umiliazioni rituali era destinata a rimanere confinata al luogo in cui si verificava.

Crescere sotto osservazione: l'adolescenza oggi

Oggi, invece, sembra che crescere significhi anche imparare a gestire la propria immagine prima ancora di aver capito quale sia realmente. Questo vale, chiaramente, per l’estetica curata dei profili social ma anche per quando non si è davanti alla fotocamera o, più che altro, quando non la si vede. Perché ora non basta mettersi in posa quando arriva il momento di immortalare la serata, sappiamo che tecnicamente possiamo essere ripresi in ogni momento. Che una cosa successa per caso potrebbe essere fotografata o filmata e che quello che per noi è un attimo insignificante potrebbe diventare, per qualcun altro, un contenuto. Da qualche anno, infatti, si parla spesso della presunta incapacità dei più giovani di lasciarsi andare nei locali. Alcuni studi etnografici recenti sulla visibilità dei giovani negli spazi urbani hanno osservato, per esempio, che alcuni adolescenti registrano video e scattano foto mentre ballano e si divertono ma preferiscono conservarli privatamente, perché mostrarli pubblicamente può diventare fonte di imbarazzo. Se una volta, quindi, il timore era la figuraccia, ora è che quella figuraccia si eterni su Internet. È anche per questo che il cringe è diventato una categoria così potente. È un concetto che va oltre l'imbarazzo, descrive il terrore di mostrarsi nel modo sbagliato, davanti al pubblico sbagliato. Per sfuggirne, bisogna creare il personaggio perfetto e vestirne i panni senza abbassare la guardia. 

Quando la telecamera entra nella stanza

Come spesso accade, cinema e serie tv hanno saputo distillare molto bene questa nuova prospettiva. In Eighth Grade, Kayla ha tredici anni e passa il tempo a costruire online una versione di sé molto più sicura di quella che riesce a essere nella vita reale. I suoi video motivazionali parlano di autostima ma dal vivo la vediamo balbettare, irrigidirsi, nascondersi. Il film ci mostra come gli adolescenti contengano entrambe queste versioni di sé ma, negli ultimi anni, si sentano obbligati di poterne mostrare solo una, controllando la narrazione della propria immagine. In The Curse, invece, la telecamera finisce per entrare nella relazione tra i protagonisti. Stanno realizzando uno show sulla propria idea di filantropia, cercando continuamente di apparire buoni, progressisti e autentici. Ma più costruiscono questa immagine, più diventa difficile capire dove finisca la persona e dove inizia la performance. La telecamera dovrebbe documentare la loro vita ma finisce per modificarla. La domanda è sempre la stessa, quanto di quello che mostriamo di noi è davvero nostro e quanto è il risultato di ciò che sappiamo viene guardato dagli altri?

L’ultima cosa che non possiamo editare

Le nuove generazioni non è che vogliono scomparire, ma vogliono essere percepite alle loro condizioni, potenzialmente con le modifiche, gli editing e i tagli necessari. Il problema insorge quando la possibilità di controllo scompare. Una foto scattata senza preavviso. Una faccia strana mentre si parla. Un comportamento che, estratto dal contesto, sembra completamente diverso da quello che si voleva mostrare. Online puoi costruire un'immagine di te. Nella vita reale, invece, sei costretto a essere anche quello che non avevi programmato. Qui sta la rottura fra la vita digitale degli adolescenti e la mancanza di sperimentazione concreta della vita reale. Vista in questa cornice, devo dire, la loro bellezza consapevole e il loro essere in-trend mi fa provare meno invidia nei loro confronti e ancora più tenerezza per quell’adolescenza cruda, sporca e sgraziata che continua a esistere, ma chi la vive oggi si sente obbligato a celare.

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