Abbiamo nostalgia della nostra vera faccia E se l'imperfezione diventasse proprio ciò che ci rende riconoscibili?

Per molto tempo abbiamo desiderato assomigliare alla versione migliorata di noi stesse. Quella con la pelle più uniforme, gli zigomi più alti, le labbra più piene e nessuna ombra sotto gli occhi a ricordare che la sera prima siamo andate a dormire troppo tardi. Prima lo facevamo con il make-up, poi con i filtri, Facetune, le fotocamere frontali sempre più indulgenti e, in alcuni casi, con la medicina estetica. Il confine tra il nostro viso e la sua versione idealizzata è diventato progressivamente più sottile, fino al punto in cui abbiamo quasi smesso di chiederci quale dei due ci somigliasse davvero. Eppure, proprio mentre la tecnologia diventa capace di creare volti perfetti che non appartengono a nessuno, nel beauty sembra comparire un desiderio opposto: tornare ad avere una faccia. Con pori, texture, asimmetrie, occhiaie, linee d'espressione e tutte quelle piccole caratteristiche che per anni abbiamo cercato di rendere meno visibili. Forse non stiamo improvvisamente imparando ad amare ogni nostro difetto. Forse abbiamo semplicemente iniziato ad avere nostalgia di qualcosa che rischiavamo di perdere: la possibilità di riconoscerci.

@mimiermakeup finally dissolving my lip fillers #natural original sound - Mirta Miler

Prima volevamo assomigliare ai filtri, adesso i filtri assomigliano a noi: il volto umano ai tempi dell'intelligenza artificiale

C'è qualcosa di paradossale nel momento beauty che stiamo vivendo. Per anni abbiamo chiesto alla tecnologia di migliorare i nostri volti; adesso è la tecnologia ad essere diventata bravissima a produrne di nuovi. Basta scorrere per pochi minuti i social per incontrare immagini generate o modificate dall'intelligenza artificiale sempre più credibili, con pelli perfette, proporzioni armoniche e quella strana bellezza che spesso ci costringe a fermarci un secondo per capire se la persona che stiamo guardando esista davvero. Nel frattempo, sulle passerelle e nel make-up tornano segnali apparentemente piccoli, ma interessanti: pelle visibile, sopracciglia meno costruite, texture naturali, meno contouring, persino look realizzati lavorando con la pelle delle modelle invece di coprirla completamente. Non significa che il fondotinta full coverage sia improvvisamente sbagliato o che il no make-up sia moralmente superiore al contouring. Il punto interessante è un altro: più diventa facile costruire una faccia perfetta, più una faccia imperfetta può iniziare a sembrarci speciale.

E se non volessimo tornare indietro, ma semplicemente riconoscerci?

Negli Stati Uniti si è iniziato a parlare anche di Great Cosmetic Undoing, un’espressione che racconta qualcosa di questa inversione. Il fenomeno è stato descritto attraverso med spa, dermatologi e chirurghi plastici che vedono arrivare persone interessate a ridurre o invertire alcuni interventi estetici precedenti. Sarebbe troppo semplice leggerlo come la fine della medicina estetica o l'inizio di un'era improvvisamente “naturale”. Probabilmente non è né l'una né l'altra cosa. E soprattutto dissolvere un filler non rende automaticamente più autentici di chi decide di farlo. La domanda che dovremmo farci è invece che cosa succede quando la versione di noi che abbiamo costruito smette di sembrarci nostra? Cambiamo continuamente: tagliamo i capelli, li coloriamo, ci trucchiamo, modifichiamo le sopracciglia e possiamo scegliere di intervenire sul nostro viso. Non c'è necessariamente qualcosa da “recuperare”, come se da qualche parte esistesse una versione originale e incontaminata di noi. Ma può esistere il desiderio di rivedere una certa curva del labbro, un'espressione, una proporzione che avevamo quasi dimenticato. Più che nostalgia della faccia che avevamo a vent'anni, allora, potrebbe essere nostalgia della sensazione di guardarci allo specchio senza doverci confrontare immediatamente con la nostra versione migliorata.

Forse il nuovo lusso sarà avere una faccia che non potrebbe appartenere a nessun'altra

La perfezione ha un problema: tende ad assomigliarsi. Se eliminiamo una per una tutte le cose che consideriamo imperfezioni, la palpebra leggermente diversa dall'altra, il sorriso asimmetrico, le lentiggini, una ruga che compare sempre nello stesso punto, eliminiamo anche una parte delle informazioni che rendono un volto riconoscibile. Non perché dovremmo smettere di usare il correttore, rinunciare ai trattamenti o trasformare i pori nell'ennesima cosa da celebrare obbligatoriamente. Non dobbiamo amare ogni dettaglio del nostro viso per permettergli di esistere. Possiamo continuare a truccarci, modificare qualcosa che non ci piace, cercare una pelle più luminosa o desiderare labbra diverse senza dover cancellare tutto ciò che ci rende riconoscibili. In un mondo in cui sarà sempre più difficile capire se la faccia che stiamo guardando appartenga a una persona, a un filtro o a un prompt, forse le nostre piccole incoerenze diventeranno una specie di firma. E magari tra qualche anno guarderemo una fotografia senza pelle levigata, senza simmetria perfetta e con una ruga che non avevamo pensato di cancellare e non penseremo che avremmo potuto venire meglio. Penseremo semplicemente: eccomi, unica, bellissima e irripetibile.

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