
Ugly Betty, vent’anni di cattivo gusto e altre forme di potere Vent’anni dopo il debutto, America Ferrera, Vanessa Williams e il cast si ritrovano a Good Morning America
Uno dei primi show mainstream a portare in televisione personaggi trans, donne nere che sferravano pugni a uomini bianchi, il sesso gay trattato come un tabù da infrangere e i commenti più offensivi pronunciati con la disinvoltura di un complimento. Body shaming, slut shaming, desideri sconvenienti, identità scomode: Ugly Betty faceva tutto questo mentre sembrava soltanto una soap opera vestita male. O, almeno, così credevamo. Sono passati vent’anni da quando Betty Suarez entrava negli uffici di Mode con un apparecchio luccicante, un poncho rosso di Guadalajara e la convinzione, quasi sovversiva, che per arrivare da qualche parte non fosse necessario somigliare a chi ci era già arrivato. In un mondo dove il talento aveva sempre in dress code, Betty rappresentava un errore di casting diventato protagonista. E forse è proprio questo il motivo per cui continuiamo a parlarne.
Ugly Betty: una commedia sul potere travestita da commedia sulla bruttezza
Dietro le porte di vetro della redazione, tra assistenti in burn out e direttori creativi con complessi messianici, la serie raccontava un sistema che non aveva bisogno di dichiarare le proprie regole: bastava guardare chi sedeva in prima fila e chi, invece, portava il caffè. In Ugly Betty, l’identità non è mai stata un dettaglio: era la prima cosa che gli altri notavano e l’ultima che i personaggi erano disposti a lasciare nelle mani altrui. Naturalmente, tutto accadeva tra tradimenti, incidenti, segreti familiari e infiniti colpi di scena. Ma la soap opera aveva un vantaggio: poteva dire cose terribilmente serie senza smettere di essere divertente. L’assurdo era il suo linguaggio politico, il melodramma il suo modo di avvicinarsi alla verità.
La moda come linguaggio di appartenenza e resistenza
La moda era l’elemento chiave. A Mode, vestirsi bene significava molto più che avere gusto. Significava appartenere, essere desiderabili, meritare attenzione. Un vestito poteva aprire una porta o chiuderla per sempre. Vent’anni dopo, però, qualcosa si è capovolto. Gli elementi che rendevano Betty un bersaglio sono diventati parte del linguaggio visivo che la moda continua a riciclare e che forse la rende attualmente la meglio vestita della serie. Il guardaroba di Ugly Betty sembra parlare direttamente a un presente che ha riscoperto il piacere di vestirsi in modo più audace. L’avvento di estetiche individuali, più coraggiose, del mix and match, delle gonne e i grembiuli Miu Miu, delle Blythe dolls sulle borse, delle cinture vistose, delle combinazioni volutamente sbagliate e di un certo massimalismo da redazione fashion rende la serie sorprendentemente attuale. Non perché tutto ciò che indossava Betty fosse improvvisamente diventato bello, ma perché è cambiato il modo in cui guardiamo la bruttezza. O meglio: chi ha il privilegio di definirla. C’è qualcosa di profondamente contemporaneo e cool nel suo guardaroba, probabilmente perché Betty, e la sua costumista, la grande Patricia Field, avevano già capito un importante trucco: vestirsi per piacere a tutti è il modo più veloce per scomparire. Il suo stile non era ancora una strategia consapevole, ma conteneva già una forma di resistenza. Era rumoroso, ingenuo, talvolta indifendibile. Soprattutto, era suo.
Perché Ugly Betty è ancora attuale, vent’anni dopo
Forse è anche per questo che Ugly Betty merita di essere ricordata oltre la nostalgia. Non era una serie perfetta, e alcuni dei suoi stereotipi oggi appaiono datati. Ma aveva il coraggio di mettere nello stesso ufficio personaggi che la televisione dell’epoca avrebbe spesso relegato a storie separate, e di farli litigare, desiderare, manipolare e innamorare con la stessa dignità narrativa. Non chiedeva che fossero tutti buoni. Chiedeva che fossero impossibili da ignorare. A vent’anni di distanza, la domanda non è più se Betty fosse abbastanza bella per lavorare a Mode. È se Mode fosse abbastanza intelligente da riconoscere quello che aveva davanti. E, come spesso accade nella moda, la risposta arriva in ritardo.








