
"Credo che nessuno possa raggiungere una piena guarigione senza ricollegarsi alla dimensione collettiva" Intervista a Sarah Aziza per il YAWP Festival di Milano
Venerdì 2 e sabato 3 ottobre si svolgerà al Teatro Franco Parenti di Milano YAWP Festival_In piedi sui banchi di scuola, terza edizione del festival multidisciplinare promosso e organizzato da Fondazione Francesco Morelli, con la direzione artistica di Benedetta Marietti e il patrocinio del Comune di Milano, dedicato al mondo della scuola: una riflessione sull’educazione, sulla necessità di una rivoluzione formativa e sulla possibilità di immaginare insieme una scuola sempre di più come luogo di ascolto, sapere, scambio e crescita condivisa. La vita davanti a sé è il filo conduttore di questa edizione, ispirato all’omonimo romanzo di Romain Gary. Avere “la vita davanti” significa crescere in un tempo attraversato da incertezza, trasformazioni e nuovi interrogativi sul futuro. Per le giovani generazioni il domani appare insieme aperto e fragile: una promessa, ma anche una responsabilità. In questo contesto, interverrà anche la scrittrice palestinese-americana Sarah Aziza, che racconterà l’esperienza dell’anoressia e la ricerca delle origini della sua famiglia gazawa, esule da tre generazioni. In dialogo con la scrittrice Arianna Montanari, si interrogherà sul valore della scrittura di fronte al martirio di un intero Paese e sul significato delle parole resistere, ricordare e guarire. L'abbiamo intervistata.
Intervista a Sarah Aziza, scrittrice palestinese-americana che interverrà al YAWP Festival, a Milano
"Sono una scrittrice e traduttrice palestinese-americana con radici a 'Ibdis e Deir al-Balah, Gaza. Mi definirei un'artista profondamente ibrida: affianco la ricerca archivistica e contemporanea, l'esperienza personale, il reportage giornalistico e l'immaginazione speculativa al lavoro sulle mie radici e sui sogni. Come palestinese in Occidente, la mia identità, il mio popolo e la mia stessa esistenza vengono spesso messi in discussione; per questo la mia scrittura è sempre politica. Al tempo stesso, rifiuto di essere ridotta a un semplice oggetto di dibattito: cerco di creare sulla pagina una presenza palestinese solida, ricca e sfaccettata, che superi la violenza soffocante dei nostri occupanti. Credo fermamente nello scrivere per "noi" - per le altre persone indigene e queer, per chi è stato o è tuttora colonizzato, per chi vive nell'esilio e nella migrazione - anziché cercare di dimostrare la mia umanità a chi mira soltanto a distruggerci. Vivo a New York (terra non ceduta dei Canarsie e dei Munsee Lenape), dove lavoro, scrivo e faccio ricerca: oltre ai miei progetti creativi, sto infatti lavorando a un dottorato in poetica palestinese".
Nel tuo memoir "Corpi e confini", edito da Feltrinelli, la tua battaglia personale con un disturbo alimentare corre parallela alla storia dell'esilio della tua famiglia da Gaza. Come sei arrivata a capire che il tuo corpo stava portando il peso di un trauma generazionale?
Penso sia stato in fin dei conti il mio stesso corpo a insegnarmelo: a volte, mentre scoprivo dettagli della nostra storia, avevo reazioni fisiche molto forti e strane. Altre volte, i parallelismi erano così evidenti che ho dovuto semplicemente darmi il permesso di credere che la dimensione personale e quella storica potessero essere così strettamente intrecciate. Per esempio, il progetto sionista punta a cancellare la vita palestinese e perfino le tracce della sua storia, proprio come l'anoressia è, a suo modo, una forma di cancellazione. Sembrava quasi troppo banale, ma man mano che mi permettevo di esplorare questo legame, ho iniziato ad ammettere a me stessa che sì, avevo sentito il bisogno di cancellare molte parti di me, perché nella mia esperienza quelle parti avevano sempre scatenato ritorsioni violente quando provavo a incarnarle. Non era "sicuro" mostrarsi come palestinese, come donna complessa o come persona queer: avevo interiorizzato i valori colonizzatori e patriarcali che mi erano stati imposti mentre mi muovevo nel mondo. Iniziare a riabilitare quelle parti di me ha reso la mia vita senza dubbio più difficile! Ma man mano che tornavo alla mia identità palestinese, ho notato che la depressione, l'ansia e l'anoressia iniziavano lentamente a placarsi, e viceversa. L'esperienza diretta mi ha insegnato quanto tutto questo fosse connesso, molto prima che trovassi letteratura e ricerche a confermarlo. Oggi che parlo apertamente della Palestina sono esposta a forme di violenza o minaccia, ma mi sento anche più viva, più capace di amare, creare ed entrare in sintonia con gli altri.
Come hai gestito il contrasto - e forse anche la sovrapposizione - tra una crisi personale e una lotta collettiva?
La lotta dei palestinesi è la lotta per il ritorno, e io avevo bisogno di ritornare al mio corpo. A volte, ancora oggi, può sembrare sbagliato dedicare energie alla mia guarigione personale quando ogni giorno si consuma una violenza così estrema contro i palestinesi e contro tante altre persone. Tuttavia, ho imparato più e più volte che semplicemente non posso avere l'una senza l'altra. Se non mi prendo cura del mio stato personale, se mi lascio logorare troppo dalla violenza di questo mondo, diventerò presto inutile per la lotta collettiva. Allo stesso tempo, se mi perdo troppo nel mio "miglioramento personale", perdo il contatto con ciò che rende la vita degna di essere vissuta, senza contare che finirei per perdere me stessa. Non credo che siamo individui isolati, siamo collettività e facciamo parte di una grande rete di vita, ancestrale e contemporanea, umana e non umana. Convincerci di essere entità singole è una bugia debilitante, e credo sinceramente che nessuno possa raggiungere una piena guarigione senza ricollegarsi a questa dimensione collettiva.
Nel libro, la lingua stessa sembra farsi luogo di resistenza, con l'inglese e l'arabo che quasi si fondono. In che modo muoverti tra queste due lingue ti ha aiutata ad articolare quello che provavi?
Una delle mie citazioni preferite è: "Che cosa significherebbe parlare come se il mondo che conosci fosse 'il' mondo?". È una domanda che si pone Dionne Brand, poetessa caraibica e canadese. Per gran parte della mia vita, prima di scrivere questo libro, non ho raccontato il mondo così come lo vivevo, non sentivo nemmeno di avere il diritto di identificarmi con quel "tu" citato da Brand. La verità è che il mondo si presenta a me come multilingue, pluritemporale, come un coro di anime: essere in sintonia con la mia storia mi ha aiutata a capire il mio corpo come un punto di confluenza, dove le vite e le eredità dei miei antenati continuano ad animarmi e a darmi forma. Con questo voglio dire che ho voluto provare a rappresentare questa ibridazione sulla pagina, giocando con il concetto di opacità di cui scrive Édouard Glissant. È stata una scommessa: sapevo che alcuni lettori non di lingua araba avrebbero potuto trovarlo straniante. Tuttavia, ho pensato che per loro potesse essere un buon esercizio politico: chi parla inglese negli Stati Uniti spesso dimentica che milioni di persone intorno a loro hanno una madrelingua diversa. Quando chi parla inglese fruisce di un'opera senza alcuna frizione, spesso non si rende conto che le persone si stanno piegando alle sue esigenze, reprimendo la propria lingua madre e modificando la propria grammatica per mettere a proprio agio la cultura anglofona, bianca e "americana". Che cosa si prova a vedersi negato l'accesso, anche solo per un momento, per una frase o per una singola parola? Se questo li infastidisce, potrebbe essere un bene. Essere destabilizzati di tanto in tanto può generare empatia o, quantomeno, consapevolezza verso l'esperienza di tantissimi altri. Per chi parla arabo, invece, è stato un momento di accoglienza, di casa. Ci sono semplicemente cose che non si possono tradurre, e non volevo scendere a compromessi su quelle parole.
Il tuo intervento al YAWP Festival ruota attorno ai concetti di resistere, ricordare e guarire. Per te l'atto di scrivere è uno strumento di ripresa personale, una forma di azione politica o le due cose sono fondamentalmente inseparabili?
Non sono una persona che direbbe che scrivere per pubblicare sia uno strumento di guarigione personale. Tuttavia, la mia guarigione personale alimenta e rende possibile la scrittura creativa e pubblica che offro al mondo. E penso che entrambe le forme di scrittura, così come il lavoro di guarigione, siano assolutamente politiche! Come dicevo prima, il corpo e la voce palestinesi vengono continuamente messi in discussione in questo momento storico, e quindi esserci, ed esserci in modo più solido, completo, forte e senza compromessi, è di per sé una forma di resistenza al progetto sionista di cancellazione. Personalmente non voglio che la mia azione politica si fermi qui, ma è un punto di partenza essenziale.
Nonostante i temi complessi della perdita e dello sradicamento, la storia della tua famiglia è anche profondamente ancorata all'amore e alla capacità di resistere. Dove trovi la speranza oggi, e cosa significa per te "guarire" in questo momento?
Penso che Corpi e Confini parli prima di tutto del progetto sempre nuovo della cura e della sopravvivenza, che è guidato dall'amore, anche quando viene ostacolato ed è imperfetto. Scriverlo è stato a sua volta un atto d'amore e di sopravvivenza: è stato difficile, a volte straziante, ma è stato l'amore per la Palestina e per il mio popolo che mi ha permessa di attraversarlo e portare a termine il progetto, e ne sono davvero felice. Può sembrare difficile e persino sbagliato parlare di speranza mentre c'è un genocidio in corso, mentre la mia famiglia a Gaza continua ad soffrire la fame e a vedersi negate le cure mediche. Continuare a vivere, quando così tanti cari sono morti, può sembrare sbagliato — ma ricordo che Refaat Al-Areer ha scritto "Se devo morire, tu devi vivere", quindi cerco di onorare i morti vivendo appieno, con intenzione e con dedizione alla nostra causa. In questo, oltre a continuare a denunciare la violenza sionista, ho trovato speranza nel riavvicinarmi alla natura per radicarmi più a fondo nel grande progetto della Vita. I palestinesi vengono da una lunga storia di profonda connessione con la terra: i miei nonni curavano un piccolo appezzamento a mano, e provo qualcosa di profondamente rigenerante nell'imitare quel gesto, nel mio piccolo. La natura, la terra, gli esseri che vanno oltre l'umano: questa è la nostra famiglia d'origine, e sintonizzarmi sul mio posto all'interno di questa rete mi aiuta quando mi dispero per il destino dell'umanità. Mi permette anche di incarnare l'etica palestinese della cura per l'ecosistema. Tutte queste pratiche di rinnovamento mi aiutano a credere nel futuro e nell'amore per ogni forma di vita, compresa la mia.
