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Chiudere i profili social è diventato l'atto sovversivo del femminismo contemporaneo?

Lana Del Rey, Britney Spears, Kim Kardashian e il sovvertimento del paradigma del nichilismo digitale

Chiudere i profili social è diventato l'atto sovversivo del femminismo contemporaneo? Lana Del Rey, Britney Spears, Kim Kardashian e il sovvertimento del paradigma del nichilismo digitale

Lana Del Rey, la più enigmatica delle pop-star, ha dichiarato sabato scorso in un video-selfie in bianco e nero sulla sua IGTV che avrebbe disattivato i suoi account social il giorno seguente perché semplicemente “ha così tanti altri interessi”.
Sally Rooney, la giovane scrittrice irlandese descritta unanimemente dalla critica di tutto il mondo come la voce letteraria più promettente della generazione di millennials che ha appena pubblicato il suo nuovo romanzo Beautiful World, Where Are You, non ha mai avuto Instagram, né nessun altro social media. “Nel luglio 2015 cancella il suo account Twitter e da allora non è presente su alcun social media”: così recita, sempre, la pagina Wikipedia di Ottessa Moshfegh, autrice del best seller Il mio anno di riposo e oblio, Che dire. Forse anche Virginia Woolf se fosse esistita oggi non avrebbe mai messo il suo cocker Pinka su Tik-Tok con in sottofondo il trend “That’s Just My Baby Dog

Non solo donne radical che si congedano da Instagram, però. L’ultimo quit dai social è quello di Britney Spears, che ha da una manciata di ore annunciato su Twitter che ha momentaneamente disattivato il suo account Instagram per godersi il suo fidanzamento con il cantante Sam Asghari. Insomma, oltre che dal padre si è liberata anche dello scrolling.

Com’è successo che improvvisamente il femminismo 2.0 si stia trovando a celebrare la messa a requiem dei social media? Non saremo più nel futuro prossimo quelle ragazze che vedevano nel mirror-selfie in bikini allo specchio un atto di emancipazione radicale, o addirittura, la traduzione su una superficie riflettente della sostanza di cui è fatto un collettivo sul post-patriarcato? Queste sono domande aperte, non retoriche - che però non possiamo evitare di porci in questo momento storico. Una bella sintesi estetica di questi interrogativi l’abbiamo trovata nel look di Kim Kardashian ai Met Gala 2021; Kim si è presentata completamente coperta in un abito custom-made di Balenciaga che ha risemantizzato in maniera definitiva il concetto di total-black. Proprio lei, che ha fatto dell’iper-esposizione del suo lato B la cifra stilistica della sua grammatica social - si è negata in maniera così radicale ai flash dei fotografi - generando però al contempo una miriade di articoli di filosofia della moda in calce a ciò.

La società della spettacolo, allora, non ha davvero smesso di dare spettacolo; ma dà ancora più spettacolo negandosi a quella che fino ad ora era stata la sostanza intima dello spettacolo 2.0: l’iper-presenza dell’immagine digitale? E, quindi, alla fine, questo look di Kim Kardashian si rivelerà per quello che è,  ovvero l’ennesimo coup de théâtre, al quale seguirà il solito mirror-selfie che poco lascia all’immaginazione? Anche il sexting, facendo un salto concettuale, si inserisce in questa dialettica di "nascondimento" a cui però alla fine vogliamo sempre segua il contatto con un corpo. Che si può vedere e toccare.

Se molte femministe contemporanee vedono nei social media la nuova piazza dove scendere, in maniera metaforica, e far valere i propri diritti - pensiamo solo a voci nostrane come l’avvocato Cathy La Torre, la scrittrice/performer/podcaster Tea Hacic e l’attivista Carlotta Vagnoli, ma anche a la creatrice di Girls Lena Dunham presentissima su Instagram, altre, come gli esempi citati all’inizio sembrano volersene tenere alla larga il più possibile. Un’altra considerazione da fare è che non avere Instagram da creativo è una scelta in parte classista; i creativi di qualsiasi genere dai musicisti agli scrittori passando per gli artisti visivi, lo usano come portfolio del proprio lavoro e quindi se l’artista della situazione decide di toglierlo, vuol dire che è già così famoso ed economicamente affermato da potersi permettere di non averne bisogno per scopi professionali di autoproduzione e networking.

Era il lontano 2004, quanto lo scrittore William Gibson aveva dichiarato: “The future is not google-able”. L’idea che Internet e i social così come li abbiamo vissuti finiscano è terribile ed elettrizzante insieme; come del resto lo è ogni vero cambiamento. Forse, come era successo nella pittura nel 1910 con il celebre quadrato nero di Malevič, abbiamo solo bisogno di un annichilamento momentaneo, di un effetto nebbia sull’esposizione del sé, per ritornare a capire l’importanza delle immagini a colori.