
Il cinema italiano non ha ancora imparato a non risultare melodrammatico, soprattutto quando parla di donne E "L'Estranea" ne è la prova, purtroppo

Un horror familiare. Così definirei L'Estranea, film di Paolo Strippoli (che ne ha curato anche la sceneggiatura insieme a Salvatore De Chirico) con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi. Un horror familiare drammatico, che vorrebbe essere anche tensivo e pauroso, e che si srotola e si arrotola tutto intorno a una relazione fondamentale: quella tra la mamma (Trinca) e la figlia (Vergano), che sono il nucleo centrale di un film che nonostante le buone intuizioni rimane debole. Ed è un vero peccato.
La relazione tra mamma e figlia è al centro de L'Estranea, film di Paolo Strippoli da oggi al cinema
Mamma e figlia, dicevamo. Le due hanno un gran bel trascorso. Per anni, hanno condiviso un sogno apparentemente comune: quello della fama cinematografica che la madre non ha potuto raggiungere e che adesso cerca di costruire per la figlia. Sogno interrotto da una serie di brutti avvenimenti, che porteranno prima i membri singoli e di conseguenza tutta la famiglia alla rovina.
L'estranea del titolo è una Valeria Bruni Tedeschi sempre in forma
Questi brutti avvenimenti sono segnati dall'apparizione dell'estranea del titolo, una Valeria Bruni Tedeschi eccezionale, unico punto pienamente godibile del film. Una presenza sinistra, sempre in prima fila durante i momenti più bui, che attiverà una catena di disgrazie sempre più gravi, fino all'inevitabile (e prevedibile) precipitare degli eventi. Secondo la figlia, l'estranea non esiste. È la mamma che, abituata a una vita di agi, di capricci e di vizi, non accetta gli avvenimenti della vita e, per gestirli, vi si pone al centro sempre e comunque, come vittima e carnefice allo stesso tempo. Da questo punto di vista, e trattando il film come un horror contemporaneo tradizionale, l'estranea potrebbe essere interpretata anche come l'anta buia e oscura del cervello materno, ma anche come il modo in cui la vede la sua stessa figlia, sinistra e macchinante, il lato peggiore di se stessa, qualcuno - qualcosa - da temere.
Troppi temi e un'aria internazionale
Nel mezzo, tantissimi temi, forse troppi. La figlia, ad esempio, è queer. Le piacciono le ragazze da sempre (da prima del loop di disgrazie, il film ci tiene a sottolineare) e la madre finge di non vederlo. Ancora, c'è il tema della crisi economica che ha colpito i piccoli imprenditori italiani intorno ai primi duemila, che porta il padre a considerare il suicidio. C'è l'obesità del figlio maschio - che è poco più di un pretesto narrativo - c'è il bullismo, la grassofobia e la molestia. C'è tutto, eppure rimane poco oltre a un'immagine godibile, una fotografia dall'aria internazionale e a una regia che funziona. Il cinema italiano, infatti, non è esattamente famoso per i film di genere, e L'Estranea potrebbe essere considerato un buon tentativo di thriller/horror d'autore, alla statunitense. Ma c'è un ma.
Perché il cinema italiano scrive ancora i dialoghi così?
Dunque, quali sono i problemi? In primis, la scrittura, che gira e rigira su se stessa fino a incespicare, che risulta ridondante e manchevole insieme. In secondo luogo, ed è collegato, i dialoghi. Pare che, soprattutto quando ci si occupa di problemi femminili, il dialogo del cinema italiano debba rimanere relegato agli stilemi del teatro e del melodramma. Mamma e figlia si danzano attorno in un appartamento romano fustigato da un acquazzone sempre più potente e si parlano come se fossero estranee, sì, ma del secolo scorso. Non c'è naturalezza, e le crescenti volute di orrore arrivano fiacche, trascinate da battute altrettanto fiacche. La volontà di portare in alto il film di genere italiano per orgoglio e perché è stato scelto per andare a rappresentare l'Italia ai prossimi Oscar, purtroppo, non è abbastanza. Qualcosa non va, e negarlo fa un disservizio a tutti.




















































