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Settembre è appena iniziato e siamo già in crisi

Al rientro dalle vacanze la salute mentale dei lavoratori è già al limite

Settembre è appena iniziato e siamo già in crisi  Al rientro dalle vacanze la salute mentale dei lavoratori è già al limite

Settembre è solo all’inizio e le vacanze sono appena finite, eppure il livello di stress della maggior parte di noi sfiora già il burnout. Tra lavoro arretrato, valanghe di mail che intasano il pc, nuovi progetti e pratiche da smaltire e mansioni di colleghi ancora latitanti, al mare o in montagna, il rientro al lavoro dopo la pausa estiva risulta quasi traumatico tanto che (almeno chi può permetterselo) medita il licenziamento. Non si tratta di un sentimento marginale, ma di un vero e proprio fenomeno mondiale chiamato La Grande Dimissione o Great Resignation per usare il termine coniato da Anthony Klotz, un docente della Texas A&M University, che identifica l’aumento notevole di dipendenti che lasciano volontariamente il proprio lavoro. I numeri condivisi da Aidp, l’Associazione italiana direzione personale, sono inequivocabili: negli ultimi mesi il 60% delle aziende ha dovuto affrontare un aumento di dimissioni volontarie da parte dei dipendenti. Si tratta di un vero e proprio boom che ha come protagonisti soprattutto i più giovani e le fascia di età compresa tra i 26 e i 35 anni, in particolar modo quelli impiegati in aziende del Nord Italia (79%) e nei settori informatico-digitale (32%), produttivo (28%) e marketing-commerciale (27%). Dati ulteriormente confermati da un report dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano secondo il quale il 45% degli occupati ha dichiarato di aver cambiato lavoro nell'ultimo anno o di avere intenzione di farlo da qui a 18 mesi (anche senza avere una nuova occupazione all’orizzonte). Affermazioni che non stupiscono troppo se pensiamo che soltanto il 9% dei lavoratori italiani ha detto di “stare bene” dal punto di vista fisico, sociale ed emotivo sul luogo di lavoro. 

I motivi che spingono a cercare nuove opportunità sono diversi e comprendono la ricerca di condizioni economiche più favorevoli (46%), il bisogno di cercare nuove opportunità di carriera (35%), l’inseguire le proprie passioni personali (18%), una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro (18%), l’aspirazione ad un maggior equilibrio tra vita privata e lavorativa (41%) e una maggiore salute fisica o mentale (24%). Ad incidere, ovviamente, sono anche le relazioni con i colleghi, il clima aziendale e la possibilità di accedere allo smart working, ma, rispetto al passato, un ruolo determinante nel dilagare del fenomeno della Great Resignation è un certo malessere emotivo e psicologico avvertito sul lavoro che troppo spesso le aziende non riescono né a comprendere né ad affrontare adeguatamente. Chi non ha optato per una scelta così radicale ha adottato l’atteggiamento del quiet quitting che potremmo tradurre con lavorare il giusto, cioè fare il minimo indispensabile (ma bene) per mantenersi il proprio lavoro, sfruttando in modo efficiente e produttivo le ore in ufficio per evadere tutte le proprie mansioni, ma senza straordinari o reperibilità H24 e, soprattutto, senza sensi di colpa. Il segreto? "Work smart, not hard", distaccarsi mentalmente ed emozionalmente dalle proprie responsabilità lavorative.

A scatenare Great Resignation, quiet quitting e maggiore interesse per il mental wellness sul posto di lavoro sono stati Covid 19 e lockdown. Nel periodo dell’emergenza sanitaria molti hanno iniziato a mettere al primo posto, accanto alla sicurezza economica, l’autorealizzazione e la crescita personale e sociale. In questa rinnovata lista di priorità, vita privata e benessere mentale hanno inciso fortemente nell’emergere in una nuova concezione della sfera lavorativa nella quale autonomia, flessibilità e migliore equilibrio fra vita privata e lavoro hanno un peso molto più grande rispetto al passato. Come scrive la giornalista Sarah Jaffe nel saggio Il lavoro non ti ama

“siamo tutti esausti, in burnout, sommersi di lavoro, sottopagati, e impossibilitati a conciliare il lavoro con la vita privata (ammesso che una vita privata ce l’abbiamo). […] Come molte invenzioni del tardo capitalismo, il monito “fai quello che ami e non lavorerai un giorno in vita tua”, che imperversa in migliaia di post ispirazionali sui social media, ha assunto l’autorità della saggezza popolare e una validità retroattiva (immagino che i nostri antenati adorassero andare a caccia di mammuth). Alla faccia di “neanche un giorno”, la realtà è che non abbiamo mai lavorato tanto come adesso. Attanagliati da stress, ansia e solitudine, ciò che ci viene richiesto è una disponibilità praticamente illimitata e senza orari. La storia del lavoro fatto per amore è, in parole povere, una truffa.”

In poche parole l’autrice, come sempre più giovani, sta mettendo in discussione l’idea tossica del lavoro inteso come “missione” e ci porta a chiederci come si può amare e dedicare tutto il nostro tempo ad un lavoro che spesso è tossico, precario, sottopagato, senza prospettive di crescita e che, invece fornirci diritti e soddisfazioni o almeno un’equa retribuzione ci vuole sempre reperibili, produttivi e di esserlo col sorriso stampato in faccia, grati per l’opportunità ricevuta? La risposta, che i vari sondaggi confermano, è che Millennials e Gen Z non sono più disposti ad accettare passivamente questa concezione totalizzante e sacrificante del lavoro, ma tra i requisiti fondamentali della loro occupazione dei sogni cercano il work life balance, ovvero il buon equilibrio tra vita privata e lavoro. Secondo la Randstad Employer Brand Research 2022, infatti, il 65% dei lavoratori italiani intervistati il work life balance è, insieme all’atmosfera piacevole sul posto di lavoro, l’aspetto prioritario nella scelta di un’azienda. 

Ansia, stress, stanchezza cronica, insonnia sono esempi di un malessere scatenato dal carico di lavoro o dalle relazioni conflittuali con capi e colleghi che logora tanto da portare al burnout e che la maggior parte dei lavoratori non vogliono più sopportare passivamente. Per questo lo smart working, pur con i suoi limiti, appare una soluzione sempre più appetibile per il work life balance. Uno studio condotto dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche pubbliche (INAPP) su un campione di oltre 45mila interviste, rivela, infatti, che il 46% dei lavoratori vorrebbe svolgere la propria attività in modo agile da remoto almeno un giorno la settimana, e quasi 1 su 4 anche tre o più giorni a settimana. La sfida delle aziende diventa quindi migliorare benessere ed engagement dei dipendenti aumentando la flessibilità, l’autonomia nella gestione delle proprie attività lavorative, adeguando lo stipendio al caro vita e creando un ambiente inclusivo in grado di valorizzare la sua forza lavoro e, eventualmente, di sostenerlo sul piano del wellness fisico e mentale.